Ma il Libano resta il vero nodo irrisolto

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Da mesi Donald Trump provava a chiudere la partita con la Repubblica islamica dell’Iran. Annunci ripetuti di firme imminenti e accordi «a un passo», subito smentiti dai fatti. Sgridate pubbliche agli alleati troppo attivi, a cominciare da Netanyahu. Minacce apocalittiche alternate a promesse di pace. Toni muscolari e aperture concilianti, come su una montagna russa diplomatica. Alla fine, una strada l’ha trovata. Solo che Donald Trump voleva una resa iraniana. Ha ottenuto un memorandum. E ora deve convincere tutti che siano la stessa cosa.

L’Accordo di Islamabad, o Memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, non è un trattato di pace. È una tregua di sessanta giorni costruita per fermare la guerra e rinviare i nodi veri: nucleare, sanzioni, asset congelati, missili, proxy e sicurezza regionale. Il punto è che non tutto viene rinviato allo stesso modo. Washington rimuove il blocco navale, apre deroghe alle esportazioni iraniane, accetta lo sblocco progressivo degli asset congelati e promette una cornice economica da almeno 300 miliardi per la ricostruzione dell’Iran.

Teheran, invece, ottiene ossigeno immediato e ribadisce una promessa già nota: non costruire armi nucleari. Tutto ciò che potrebbe limitarne davvero la forza strategica – uranio arricchito, missili, proxy, verifiche – resta affidato ai negoziati dei prossimi sessanta giorni. È qui che l’accordo somiglia meno a una vittoria americana e più a una correzione tardiva di un errore strategico.

Trump aveva parlato di vittoria totale, resa incondizionata, fine dell’arricchimento, rimozione del materiale nucleare e cambio di regime. Nulla di tutto questo compare davvero nel memorandum. Il governo iraniano resta in piedi. Il nucleare è rinviato. I missili balistici non vengono toccati. E la riapertura di Hormuz, presentata come grande successo, è il ritorno a una situazione che esisteva prima della guerra.

Lo Stretto

Hormuz è il primo banco di prova. L’accordo prevede il passaggio sicuro e gratuito delle navi commerciali per sessanta giorni, la fine del blocco navale americano e la rimozione degli ostacoli tecnici e militari. Ma riaprire non significa tornare subito ai traffici prebellici: navi, assicuratori e monarchie del Golfo dovranno fidarsi di nuovo della rotta, mentre resta il nodo di eventuali mine. La vera vittoria di Teheran non è riaprire lo Stretto. È aver capito quanto vale chiuderlo. Quasi un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale passa da lì. La guerra ha insegnato all’Iran che la geografia può diventare deterrenza e moneta negoziale.

L’uranio

Sul nucleare, il memorandum è ancora più fragile. L’Iran ribadisce che non si procurerà né svilupperà armi atomiche, ma è la posizione ufficiale che sostiene da anni. Il nodo riguarda l’uranio arricchito già accumulato: Washington vorrebbe trasferirlo all’estero; Teheran punta a gestirlo sul proprio territorio, sotto supervisione Aiea.

Anche il programma balistico resta fuori dall’accordo: nessun vincolo diretto su missili e lanciatori, cioè su uno dei pilastri della potenza iraniana. Il memorandum non risolve il nucleare e non limita i missili: trasferisce entrambi dentro una finestra stretta e militarmente pericolosa.

Il Libano

Il punto più esplosivo rimane il Libano. Il memorandum dichiara la fine delle operazioni militari su tutti i fronti, Libano compreso. Ma né gli Stati Uniti né l’Iran sono parti dirette del conflitto tra Israele e Hezbollah.

Inserire il “Paese dei cedri” nell’intesa significa portare Hezbollah dentro il perimetro del cessate il fuoco: per Teheran una vittoria indiretta, per Israele un problema enorme. Il testo non include formalmente Israele, eppure pretende di disciplinare un fronte in cui Tel Aviv è l’attore militare decisivo. È qui che l’accordo rischia di rompersi prima ancora di arrivare al nucleare. Se dopo mesi di guerra l’Iran resta in piedi, mantiene nucleare e missili, e vede i suoi alleati entrare all’interno di una tregua, la “vittoria totale” americana appare meno credibile.

C’è infine il capitolo economico. Il memorandum apre alla fine delle sanzioni, ma il calendario resta da definire. Nel frattempo, il Tesoro americano dovrebbe concedere deroghe per esportazioni di greggio e servizi collegati. Gli asset congelati dovranno diventare utilizzabili. Il fondo da almeno 300 miliardi, anche se finanziato da partner regionali, può offrire all’Iran capitali e ricostruzione. E in un sistema dove il peso dei Pasdaran è cresciuto, capacità industriale e potere militare non sono compartimenti separati.

L’altro grande assente è il cambio di regime. Anzi: il memorandum dice il contrario. Stati Uniti e Iran si impegnano a rispettare sovranità, integrità territoriale e affari interni reciproci. Dopo aver promesso agli iraniani che l’ora della libertà era vicina, Trump ora accetta una cornice che riconosce la sopravvivenza della Repubblica islamica. Ed è qui che il memorandum cambia significato. Non perché l’Iran abbia vinto militarmente, ma perché non ha perso politicamente.

Gli Stati Uniti escono da questa guerra con meno capitale politico, meno margine diplomatico e una domanda: a che cosa è servita davvero? Non a rovesciare il regime, cancellare il nucleare, neutralizzare i missili, spezzare Hezbollah o togliere all’Iran la leva di Hormuz. L’Accordo di Islamabad può fermare una guerra. Ma non basta a trasformare una sconfitta strategica in una vittoria diplomatica.

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