Ma ora serve una politica economica

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Il 4 settembre l’attuale maggioranza raggiunge il record di longevità per un esecutivo italiano. Paradossalmente, il traguardo arriva grazie ad un’azione di politica economica completamente diversa da quella annunciata. È prevalsa, infatti, la cosiddetta “Melonizzazione”, quel processo – che prende il nome proprio dalla nostra Presidente del Consiglio – attraverso il quale, in campagna elettorale, si promettono cambiamenti radicali in economia per poi adottare, una volta alla guida del Paese, un approccio assai più moderato e istituzionale. Chiariamo subito un punto: la Melonizzazione ha riguardato molti altri premier italiani, come ad esempio Giuseppe Conte che ha inflitto al Paese una delle maggiori dosi di austerità degli ultimi dieci anni nonostante avesse assicurato politiche di bilancio espansive. Per memoria, nel 2019 Conte portò il deficit all’1,5 per cento, un livello che non si vedeva dal 2007, ma solo dopo aver fatto schizzare lo spread oltre i 300 punti base. Il conto della sua giravolta – ovviamente – fu pagato dai risparmiatori italiani. Qui, però, si compie un passo in più: il riposizionamento economico è accompagnato da una strategia di rassicurazione nei confronti dei mercati internazionali: lo spread deve essere tenuto sotto controllo. A prescindere dall’ottica con cui lo si giudichi, la Melonizzazione non è da sottovalutare. Produce conseguenze, anche pesanti, non solo sul piano economico ma anche su quello democratico.

Partiamo dall’economia e dall’adesione all’euro. Meloni, dai banchi dell’opposizione, sostiene che entrare nell’area monetaria “non conviene”. Arrivata a Palazzo Chigi, però, sembra ricredersi. In un intervento alla Camera nel novembre del 2023 spiega che “non ricorda di avere mai detto di voler uscire dall’euro” ma, piuttosto, che l’Italia “deve stare in Europa a testa alta”. Vale la pena precisare che l’Europa e l’euro sono due costruzioni distinte: la prima è un’unione di valori alla quale si può appartenere pur mantenendo la moneta nazionale; la seconda rappresenta un’unione di Stati che condividono la stessa valuta. Ora, passare da un “no euro” convinto a un “si euro”, sebbene poco enfatizzato, non è un semplice aggiustamento: è un cambio di rotta significativo, che richiede una revisione profonda della propria visione economica: una spiegazione chiara e articolata sarebbe stata necessaria. C’è – allora – da chiedersi se il cambiamento sia solo di facciata, e se, quindi, la Melonizzazione non sia semplicemente sinonimo di ambiguità che – sul piano economico – si traduce in immobilismo. Perché, se (per fortuna) non siamo usciti dalla moneta unica, certamente non abbiamo contribuito a rafforzarla.

Qualche esempio? Meloni è l’unica in Europa a non aver ratificato il Trattato rivisto del Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes) che aggiunge protezione in caso di una crisi sistemica. In Europa, dunque, si sta fermi senza soluzioni alternative concrete. Molte, invece, le critiche. Infondate, peraltro. Come quelle sui cosiddetti “dazi interni” imposti da Bruxelles che sarebbero all’origine della mancata produttività. Eppure, tutte le analisi mostrano che le nostre debolezze sono il frutto di scelte nazionali. Un esempio su tutti – visto che siamo in clima di risiko bancario – è stato l’uso del tutto improprio del Golden Power per bloccare un’operazione tra istituti di credito nazionali. Ma c’è anche la scelta di Meloni di promuovere, attraverso il coordinamento europeo, una tassa sugli extra profitti delle società energetiche. E, così, è la premier stessa a chiedere a Bruxelles di istituire – di fatto – un bel dazio interno. La Melonizzazione, insomma, non ha migliorato la vita dei cittadini. È servita piuttosto a mettere al riparo chi aveva promesso l’impossibile dai contraccolpi dei mercati finanziari, che sarebbero arrivati se quegli impegni fossero stati davvero mantenuti.

Da noi, infatti, c’è stata la “stabilità”: un termine mai pronunciato in campagna elettorale, poi ampiamente utilizzato e, soprattutto, frainteso. Tenere i conti in ordine non è un obiettivo in sé bensì uno strumento al servizio della crescita. Che però non c’è stata. E il motivo è semplice: è mancata una vera politica economica. O meglio: quella annunciata non è stata né attuata né sostituita con qualcosa di nuovo, una direzione, un’idea di Paese. Si è navigato a vista. Il prezzo economico che gli italiani pagano per questa inazione – spacciata per stabilità – è elevato. Perché, attenzione, restare fermi non significa restare stabili: equivale a tornare indietro, spesso senza neanche accorgersene. Così comincia il declino economico ma anche l’erosione della democrazia. La Melonizzazione, infatti, ha riflessi, all’inizio del tutto invisibili, anche sulla qualità e la sopravvivenza del nostro sistema democratico. Quando non si realizza ciò che è stato prospettato e, allo stesso tempo, non si hanno alternative credibili, i cittadini, anestetizzati dal miraggio di una crescita facile, non capiscono. Si sentono traditi. La loro fiducia nel potere del voto diminuisce, il rapporto con le istituzioni si incrina e la qualità della democrazia si logora, inevitabilmente. E, così, si rivolgono al nuovo cantastorie. Alle prossime elezioni c’è già pronto Roberto Vannacci.

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