BOLOGNA. Dei molti uomini dello Stato sospettati di aver aiutato la banda della Uno Bianca, l’ex brigadiere Domenico Macauda è il più noto. È stato condannato per calunnia, frode processuale e per questo radiato dall’Arma. Due i depistaggi accertati. Dopo l’assalto con l’esplosivo al portavalori della Coop di Casalecchio di Reno, Bologna, febbraio 1988, in cui Savi uccisero la guardia giurata Carlo Beccari. E poi c’è l’omicidio dei carabinieri Cataldo Stasi e Umberto Erriu, la notte del 20 aprile dello stesso anno, a Castel Maggiore.
Nel 1997 i tribunali hanno stabilito che lui e i Savi non si conoscevano. Lo ha ribadito lo stesso Roberto nell’intervista concessa a Francesca Fagnani per Belve Crime. «Non conosco Macauda», ha detto, «non so chi sia», salvo poi improvvisamente domandare con un ghigno: «Macauda? Chi, quello siciliano?». Ora, lo fa anche Macauda in persona, dopo anni di silenzio, in un colloquio esclusivo con La Stampa. Nella sua Sicilia, è tornato da tempo. Gestisce un negozio di air soft gun e, con queste armi giocattolo organizza operazioni militari simulate con gente del posto. Al telefono, conferma di non conoscere il capo della Uno Bianca, salvo poi rammentare all’improvviso «ah, il maggiore dei tre fratelli, ho capito».
«Non guardo molta tv», dice, e «di quell’intervista non sapevo nulla, ma ora me la andrò a cercare». Quando gli si riferisce che lì, per la prima volta, Savi ha detto che la Uno Bianca collaborava con apparati dei servizi e ha ammesso che la rapina all’armeria di Via Volturno, non fu una vera rapina, ma un agguato all’ex carabiniere Capolungo, perché quel negozio di fucili è a sua volta sospettato di averlo frequentato anche lui, rammenta: «Sì, sì, uno di quelli dell’armeria, ho capito, ma francamente non so come si chiamava». Si chiamava Pietro Capolungo ed era il padre di uno dei membri dell’associazione di famigliari delle vittime che, nella denuncia che ha riacceso l’inchiesta, sostiene che il ruolo di Macauda sia stato diverso.
Non un semplice sottufficiale che ha coperto le tracce di banditi, ma il settimo membro mai identificato della Uno Bianca. La procura di Bologna lo sta verificando. Lo fa perché una donna, la notte in cui furono trucidati i carabinieri Stasi ed Erriu, vide un uomo che descrisse proprio come lui e ne fece un identikit praticamente sovrapponibile alla sua foto dell’epoca. Lo fa perché i depistaggi per cui è stato condannato, sono iniziati prima e non dopo che i delitti fossero commessi, rendendo difficile capire come potesse non sapere chi apparteneva alla Uno Bianca e cosa faceva. Lo fa perché non ha mai dato una spiegazione plausibile del perché sia intervenuto per inquinare le prove. Lo fa perché in casa sua, in una perquisizione, è stata trovata la piantina di un supermercato, che poi fu rapinato dai Savi mesi dopo. Lo fa perché ci sono bossoli di una pistola mai rinvenuta e molte testimonianze della presenza di almeno un bandito in più, ancora senza nome, sia nell’agguato di Casalecchio, che in quello di Castel Maggiore.
La lettera
Uno Bianca, le nostre indagini furono ostacolate. Confidiamo nel lavoro dei magistrati
LUCIA MUSTI, GIOVANNI SPINOSA

«È ovvio che io e i Savi non ci conosciamo», insiste lui, «non lo dice solo Roberto. Lo hanno detto tutti loro già trent’anni fa». Non così ovvio, gli si fa notare, dati i suoi precedenti penali. «E invece è più che ovvio – protesta –. Non sono assolutamente a conoscenza di queste cose e non capisco l’insistenza. Sono state scritte tante sciocchezze sul mio conto. Ma vabbé, porterò ancora pazienza. Proprio per questo, non ho mai voluto rilasciare interviste». Le sciocchezze più gravi, tuttavia, compaiono negli atti d’indagine sul suo conto e nelle testimonianze che ha reso in aula.
Macauda disse prima di aver agito per mettersi in buona luce agli occhi dei superiori e poi perché la mafia lo ricattava. Sbagliò addirittura indirizzo, la seconda volta che tentava di incolpare qualcuno dei delitti dei Savi. È agli atti. Mise bilancini, eroina e bossoli compromettenti in casa di una famiglia specchiata. Con lui, quella volta, come anche le altre che ha agito in modo simile, c’erano sempre almeno altri tre carabinieri, che hanno sempre detto di non essersi accorti di nulla.
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