Machiavelli, Berri e il dilemma degli sciiti libanesi

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Un principe, un leader di una nazione si direbbe oggi, dovrebbe stare attento a “non fare mai compagnia con uno più potente di sé per offendere altri, se non quando la necessità lo stringe, come di sopra si dice; perché, vincendo, rimani suo prigione: e li principi debbono fuggire, quanto possono, lo stare a discrezione di altri”. Il consiglio di Nicolò Machiavelli sembra rivolto oggi a Benjamin Netanyahu ma è stato fatto proprio da un altro protagonista, molto più discreto, nella lotta in corso in Medio Oriente. Vale a dire Nabih Berri, presidente del Parlamento libanese, leader del partito sciita Amal, meno conosciuto di Hezbollah ma con un passato simile, di gruppo di guerriglia diventato poi partito.

Anche Amal, nei primi anni Ottanta, era appoggiato dalla Repubblica islamica guidata da Ruhollah Khomeini. Ma il machiavellico Berri è riuscito a divincolarsi dalla presa iraniana, senza diventate un “suo prigione”, e ha portato avanti una sua agenda libanese, molto personale, anche perché è considerato da alcuni “l’uomo più corrotto del Libano”, ma comunque al servizio della comunità sciita nei palazzi del potere di Beirut.

Con una rete di alleanze trasversali, Berri è il politico chiave nelle trattative Israele-Libano-Usa-Iran. Il presidente Joseph Aoun è visto come l’uomo degli americani, il premier Nawaf Salam dei sauditi, e un po’ anche dei turchi, il leader di Hezbollah Naim Qassem un terminale di Khamenei e dei Pasdaran, il capo dei cristiani falangisti Samir Geagea un “agente del Mossad” eccetera.

A 88 anni, in carica dal 1992, Berri è di fatto il leader non militare degli sciiti e quello che parla con Donald Trump quando la situazione sta per precipitare, come lunedì sera. Il suo fidato segretario Ali Hamdam gestisce le comunicazioni e i “leaks” con Barak Ravid di Axios, un suo inviato è in Qatar per inserirsi nella mediazione di Doha che affianca quella pachistana.

Il suo omologo iraniano, il potentissimo speaker del Parlamento Mohammed Bagher Ghalibaf, lo ha definito “fratello” e promesso aiuto contro i “crimini sionisti”, ma fa anche da tramite con la Guida Mojtaba Khamenei e riporta l’appello a non fare degli sciiti libanesi l’agnello sacrificale per la vittoria nella Terza guerra del Golfo.

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