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Manovra, assalto ai fondi: i ministri chiedono miliardi a Giorgetti, tagli a scuola e sanità

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La torta Giancarlo Giorgetti l’ha sfornata. Ma gli appetiti, a giudicare da quello che si muove nei corridoi del governo, sono tutt’altro che sazi. A meno di una settimana dal Consiglio dei ministri che ha varato la manovra, la tregua tra i dicasteri sembra già finita e al Tesoro sono ricominciati i pellegrinaggi. Il più rumoroso è quello di Guido Crosetto, che qualche giorno fa non ha perso occasione per ricordare come finora ci siano stati «annunci, ma non un euro in più per l’area della difesa». Una rivendicazione che pesa soprattutto perché, nonostante i circa sette miliardi di flessibilità europea destinati al comparto e le proposte già presentate dal ministero, Giorgetti non ha ancora sciolto la riserva sul loro utilizzo. Con buona pace delle aspettative del ministro.

Il clima è teso, peggiorato dall’occhio vigile dell’Unione europea che non ammette strappi e dalla spending review da 4,7 miliardi nel triennio che ha contribuito a finanziare la manovra. Questa, infatti, si traduce in una sforbiciata che, già dal 2027, sfiora il miliardo e mezzo. Un conto salato, presentato soprattutto ai ministeri Economia, Trasporti e Interno. A taccuini chiusi, quindi, il malumore non è difficile da intercettare. Tanto che in molti hanno cominciato a guardare all’iter parlamentare al via giovedì con le prime audizioni per rimettere mano alla dote, con la consapevolezza che però i saldi della manovra non possono essere toccati: per nuove misure servirebbero nuovi tagli o nuove tasse.

Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, è già in pressing per aumentare i “suoi” 3,4 miliardi. Quei soldi bastano a malapena a coprire i costi dei rinnovi contrattuali, del caro energia, del costante aumento della spesa per i medicinali e del payback, ossia del meccanismo di ripiano del 50% degli sfondamenti dei rispettivi tetti di spesa per imprese del farmaco e dei dispositivi medici. Obiettivo numero uno del ministro è spuntare almeno 4-500 milioni per aumentare del 30% l’indennità di esclusività medica spettante ai camici bianchi ospedalieri che giurano fedeltà al servizio sanitario pubblico. Senza lo stanziamento i sindacati sono pronti a proclamare lo sciopero già mercoledì, preannunciando un autunno caldo anche per la sanità pubblica. Almeno altri 500 milioni servirebbero poi per assumere un po’ di infermieri, pur senza avere la pretesa di turare una falla che ne conta circa 80mila mancanti all’appello. Difficile, invece, che si riescano a recuperare i 700 milioni chiesti dalla Salute per la prevenzione e il potenziamento del piano vaccinale, che evidentemente fa storcere il naso all’ala no vax del centrodestra.

Qualcosa di simile si trova a fronteggiare Giuseppe Valditara. Il ministro dell’Istruzione – difeso da Matteo Salvini – deve fare i conti con la grana esplosa mentre gli studenti scendevano in piazza: la manovra dal 2028 prevede il taglio di quasi settemila posti tra docenti e personale Ata. Una prospettiva che oltre alla reazione dei sindacati ha già provocato una prima riflessione ai vertici dell’esecutivo su un correttivo che varrebbe circa 250 milioni.

L’assalto alla diligenza, insomma, è cominciato. Proprio Salvini ha messo le mani avanti: «È una manovra che si può migliorare, il Parlamento è lì apposta» ha detto, rimettendo nel mirino il contributo «dei grandi istituti bancari che continuano a registrare utili record».

Antonio Tajani, invece, ha annunciato un emendamento per introdurre una previdenza dedicata al comparto Difesa e sicurezza. È un terreno su cui Giorgia Meloni ha raccolto dividendi politici, riuscendo a contenere la concorrenza di Roberto Vannacci. Non stupisce allora che a breve possa tenersi un incontro tra il governo e le sigle sindacali di Esercito, Aeronautica e Marina. Sul tavolo c’è un pacchetto da alcune centinaia di milioni di richieste. Si va dalle pensioni agli stipendi, passando per la detassazione della tredicesima e l’assistenza sanitaria.

Il problema, alla fine, è sempre lo stesso: la torta è piccola e i commensali tanti. E non ci sono solo ministri e categorie. Una parte delle risorse dovrà alimentare i rivoli del consenso territoriale dei parlamentari, in vista delle Politiche del 2027. In ballo c’è un “tesoretto” da 120 milioni per il prossimo anno. Dopo aver digerito una riforma elettorale che li lascia in una posizione meno favorevole rispetto ai colleghi dei Consigli regionali, i parlamentari del centrodestra, infatti, non sembrano intenzionati a restare a digiuno.

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