La manovra passa il vaglio del Consiglio dei ministri dopo settimane di braccio di ferro interno alla maggioranza e consegna una fotografia nitida dei nuovi equilibri del centrodestra: tutti portano a casa qualcosa, ma non tutti nella stessa misura. Alla fine il vero esercizio politico di Giorgia Meloni è stato quello di distribuire risorse scarse senza lasciare sul terreno feriti troppo gravi. Una missione riuscita solo a metà, perché dietro le bandierine rivendicate dai partiti restano rinunce, compromessi e qualche sconfitta pesante.
Tra i vincitori c’è senza dubbio la Lega. Matteo Salvini ottiene l’innalzamento della flat tax fino a 100 mila euro e soprattutto strappa l’impegno politico a costruire un percorso che porti al superamento della legge Fornero attraverso il rilancio di Quota 100. Non sono misure risolutive, ma sono simboli identitari che consentono al Carroccio di rivendicare risultati concreti davanti al proprio elettorato.
Più complicato il bilancio di Forza Italia. Antonio Tajani riesce a intestarsi all’ultimo miglio il mini taglio dell’Irpef per il ceto medio, con l’estensione dell’aliquota del 33% fino a 55 mila euro di reddito, misura che gli azzurri hanno trasformato in una battaglia politica nelle ultime settimane. Ma il risultato fiscale non basta a cancellare un dato politico: ancora una volta la manovra viene finanziata anche attraverso nuovi prelievi di imposta a carico di banche, assicurazioni e imprese energetiche. Un copione che entra in collisione con il tradizionale mantra berlusconiano secondo cui le tasse alle imprese non si alzano mai. Tajani deve accettare una linea opposta a quella storicamente perseguita dal suo partito. E l’inasprimento fiscale a carico di Mediolanum probabilmente non aiuta il suo rapporto con Marina Berlusconi.
Tra i grandi sconfitti figurano proprio gli istituti di credito. Dopo l’accordo triennale raggiunto lo scorso anno con il governo e il contributo già fornito per sostenere i conti pubblici, le banche tornano al centro delle richieste dell’esecutivo. A Palazzo Chigi prevale la convinzione che il settore possa ancora contribuire al finanziamento delle misure più popolari della legge di bilancio. Per gli istituti, però, il messaggio è chiaro: l’intesa dell’anno scorso non ha garantito alcuna immunità futura e il comparto continua a essere considerato una riserva a cui attingere nei momenti di necessità.
Giorgia Meloni può invece archiviare la partita con un pareggio che vale quasi una vittoria. La presidente del Consiglio evita che il confronto tra Lega e Forza Italia degeneri in uno scontro aperto e riesce a distribuire dividendi politici a tutti gli alleati. Soprattutto porta a casa il pacchetto di misure dedicato ai giovani, tema sul quale Palazzo Chigi aveva investito una parte importante della propria strategia politica dopo le tensioni sociali delle ultime settimane.
Anche Fratelli d’Italia chiude con un risultato in equilibrio. Da una parte ottiene il rafforzamento del Fondo sanitario nazionale e il nuovo meccanismo di risparmio previdenziale per i neonati affidato all’Inps. Dall’altra deve rinunciare a una delle proprie priorità: l’estensione dell’aliquota Irpef del 33% fino a 60 mila euro. Una proposta che fino a pochi mesi fa veniva rivendicata dal partito della premier e che, una volta accantonata per mancanza di coperture, è stata trasformata da Forza Italia nella propria battaglia identitaria, fino a conquistarne una versione ridotta.
Tra i vincitori compare anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Almeno per ora. Il titolare di Via XX Settembre mantiene la rotta dei conti, ottiene dall’Europa gli spazi di flessibilità necessari e riesce a finanziare una manovra capace di soddisfare, seppur parzialmente, le diverse anime della coalizione. Il leghista evita strappi sui saldi e consente ai partiti della maggioranza di presentarsi con qualche trofeo da esibire.
Fuori dai palazzi, invece, perdono peso i sindacati. La loro influenza sul testo appare pressoché nulla e il confronto con il governo resta marginale. Emblematico il caso della Cgil, che ha proclamato lo sciopero generale prima ancora che i contenuti della manovra fossero resi noti. Una mobilitazione che fotografa più la distanza politica dall’esecutivo che un reale ruolo negoziale.
Non sorridono neppure le imprese. Gli industriali attendevano il prolungamento dell’iperammortamento fino al 2029, il ritorno del bonus aggregazioni e l’estensione della Zes al Centro-Nord. Nessuna di queste misure entra però nel disegno di legge di bilancio. Un segnale che conferma come, anche quest’anno, le risorse disponibili siano state indirizzate soprattutto verso interventi a forte impatto sociale ed elettorale, lasciando in secondo piano gli strumenti richiesti dal sistema produttivo per sostenere investimenti e crescita. La manovra, in definitiva, redistribuisce consenso più che incentivi: un equilibrio politico raggiunto, ma a costo di lasciare sul campo più di una aspettativa economica.
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