Home Business Manuel Agnelli: “Mi rivedo nei ragazzi arrabbiati”

Manuel Agnelli: “Mi rivedo nei ragazzi arrabbiati”

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Ma quanto sono fighi gli Afterhours? Passa il tempo, svanisce l’ombra di X-Factor che a Manuel Agnelli ha fatto benissimo per la popolarità (sua e della band) ma malissimo secondo i finti moralisti pronti a proteggere la virtù degli altri. Il risultato ovvio è che in due delle tre serate della rassegna Tenco n. 49, in corso all’Ariston di Sanremo e poi a inizio gennaio (vabbé) in onda sulla Rai, questa band ormai matura e onusta di raccolta di pubblico grazie al suo rock duro e amaro, è la protagonista della kermesse della canzone d’autore, nonché vincitrice di uno dei premi alla carriera. Lo stesso Agnelli aveva aperto giovedì sera con «Lontano lontano» di Tenco, per intensa voce&pianoforte, e ieri sera poi la compagine si è goduta una targa che poteva arrivare anni fa ma l’importante è che sia arrivata.

Il Club Tenco vuole dunque uscire, con orgoglioso a-plomb, dalle congiunture amare del tempo che passa: recupera volti amati e meritevoli, come quelli di Manuel e soci e anche della dolce Paola Turci, rilanciatissima; ma scopre poi uno come Simone Avincola, un sans papier – nel senso che non ha un contratto – che si sta facendo da sé con intelligente multimedialità e ha pure la fortuna di essere romano. Sembra già, Avincola, un successore di Lucio Corsi, con i suoi mondi bizzarri: ha la fortuna di non essere spuntato dal Festivalone (per uno come lui oggi sarebbe durissima), ma qui, in un ambiente ecologico. Evviva.

Passano i decenni, e si riesce a ripassare in questo «altro» Sanremo la vita degli Afterhours, una band nata controvento e ormai alle prese con i festeggiamenti per i 40 anni di attività. Qualcuno ha i riccioli grigi, altri se li colorano. La formazione ha avuto molti cambi ma lo stile e la classe sono indubbi, così come l’attualità del loro rock alternativo e viscerale. Che è anche l’unica forma di rock appetibile in questo periodo smorto di mezze calzette. Loro festeggeranno nel 2027 con la ristampa di «Quello che non c’è» a 25 anni dall’uscita, con un «Quello che non è» tour europeo a gennaio in 5 capitali europee (Berlino ha già annunciato l’esaurito) seguito da una tranche italiana molto attesa.

Ma c’è tanto da dire su questi nostri tempi, la band non si tira indietro. Agnelli ricorda intanto di esser passato dalla scrittura in inglese all’italiano «Per rompere con la generazione cantautorale: la differenza comunicativa ci ha resi unici. Ma tanto hanno fatto prima ancora i Litfiba, per noi sono stati più importanti dei Nirvana». Gloriosi i ‘90, per la formazione. «Ma poi è arrivato Internet e ci ha divisi, il Covid ci ha dato la mazzata finale. Ora, dai 15 ai 20 anni, tornano ai concerti. Sappiamo che questa generazione sta male, il 27 per cento prende psicofarmaci. I ragazzi di oggi non sono tanto diversi da noi, solo che oggi c’è un controllo soffocante: però il bisogno di verità espressiva è più potente anche a livello catartico».

Inevitabile il riferimento ai colleghi che hanno recensito i disordini giovanili in corso: «La scena che ha fatto coro ai ragazzi si è spaccata. Marracash con chi è sceso in strada, Fedez ha ricordato che i rapper sono ricchi. Molti trapper tacciono. Ma non credo che Marracash e Fedez rappresentino nuove scene. Quel che sta nascendo adesso non c’entra comunque con il rap e la trap. Si è detto che il rap rappresentava il riscatto sociale in Italia ma per me è una grossa balla: ti riscatti dal quartiere da cui vieni? Per cinque che ce la fanno, ci sono cinque milioni che restano fuori».

Poi, l’affondo: «Marracash ha sopravvalutato il motivo per il quale quei ragazzi hanno rubato le scarpe: non credo proprio sia stato per malessere. In realtà hanno rovinato quel che di buono c’era in piazza. E soprattutto alla Feltrinelli sono andati ma non hanno toccato i libri. E’ stata, quella, la cosa più drammatica».

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