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Marco Liorni: “Faccio giocare l’Italia ma sogno di raccontare il motore silenzioso del Paese”

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Le storie che ha ascoltato in tanti anni di tv. Quelle che, da piccolo, gli narrava sua nonna, figlia di un guardiano del faro. Il legame, complicato e viscerale con il padre, i «sensi di colpa» e quella sottile paura di scendere, un giorno, dal palco. Nel romanzo d’esordio di Marco Liorni, dal titolo Dove la luce ritorna (Rai Libri Editore), ci sono tanti, piccoli, “pezzi di cuore” del conduttore che, ogni sera, alle 18,40 su Rai 1 ci intrattiene con L’eredità. «Più che un romanzo, quasi una seduta di auto analisi».

La scrittura svela a se stessi?

«Decisamente. Non avevo pianificato nulla di tutto ciò ma, proprio mentre stavo ultimando il libro, mi sono accorto che era pieno di simbolismi e stratificazioni che emergevano insieme alle storie narrate».

Il romanzo riflette sullo scollamento tra quello che pensiamo di essere, la versione che raccontiamo agli altri e come loro ci percepiscono. Lei si è sempre riconosciuto in questo gioco di specchi?

«Qualche scollamento c’è stato, soprattutto a inizio carriera, con il Grande fratello. Il reality era il fenomeno del momento, per cui mi chiamavano spesso nei locali, a fare serate. A un certo punto mi sono reso conto che stavo proponendo un’immagine di me straniante: recitavo il ruolo del “personaggio tv” che si veste e si comporta in un certo modo, ma quello non ero io. Mi sono fermato e ho cambiato rotta: non mi interessa sembrare quello che non sono».

Dunque è davvero così serafico come appare in tv?

«Nel mio piccolo mi arrabbio anch’io ma ne deve valere la pena. Non mi rovino certo la giornata solo per aver guidato nel traffico e questo perché, dopo gli anni trascorsi accanto al mio amico Pino, malato terminale, ho davvero rivisto le priorità della vita».

Il protagonista ha un rapporto complicato col padre. Anche il suo è stato tormentato?

«Lo definirei complicato, perché mi ha lasciato in eredità i suoi sensi di colpa. Mio nonno è morto giovane, per una ferita di guerra, quando papà aveva solo sette anni. Così, come tutti gli orfani, è cresciuto con un senso di colpa: non importa se non avesse alcuna responsabilità, quel sentimento lo ha accompagnato tutta la vita e inevitabilmente me lo ha trasmesso. Inoltre papà era tutto emozioni: viveva ogni cosa fino in fondo, senza curarsi del dopo, alla stregua di un bambino».

Ecco allora perché lei è così trattenuto…

«Rispetto a papà, sicuramente. Ma non mi nego le emozioni, anzi. Sono uno che piange, gioisce, ama ma a differenza di lui non vivo in balia dei sentimenti. Li gestisco meglio, in particolare l’ansia: fino a trent’anni era qualcosa di strisciante che mi condizionava. Quando l’ho compreso, ho lavorato tanto per ridimensionarla e ci ho messo dieci anni per vivere davvero liberamente».

Ogni sera intrattiene l’Italia con L’Eredità: non avrebbe voglia di spaziare tra i generi?

«Quella c’è sempre, anche se tra reality, game e infotainment ho già dato parecchio. Mi piacerebbe tornare tra qualche anno con Italia Sì!, magari in striscia quotidiana, per raccontare quegli italiani un po’ snobbati ma che sono il motore silenzioso del Paese».

I giovani ci hanno presentato il conto: c’erano anche i suoi figli a protestare in piazza?

«Il maggiore vive all’estero, la più piccola ha solo 16 anni mentre quello di mezzo non ha aderito. Ho seguito però con interesse le contestazioni: purtroppo quando si trasformano in violenza e devastazione vanno contro la stessa causa di cui si fanno portavoce. Però bisogna ascoltare il loro grido di disagio: un urlo che viene da lontano».

I responsabili?

«La generazione cresciuta negli Anni 70 che ha vissuto senza curarsi di chi sarebbe venuto dopo, andando per esempio in pensione a 50 anni. Anche la politica dell’epoca non è stata lungimirante. Ora devono restituire ai ragazzi quello che hanno tolto ma va fatto, non semplicemente detto».

I quiz si sono presi la prima serata. Uno sforamento che va calmierato?

«Di fatto vanno a colmare il vuoto lasciato dal varietà, di cui ripropongono molti ingredienti, come il ballo e la musica. Tuttavia dovrebbero finire alle 21.30 e non lo dico solo io: la pensano così anche Stefano De Martino e Gerry Scotti».

La Ruota della fortuna ha iniziato anche a ospitare gli scrittori: un’idea da copiare?

«Non è affatto male, è un modo nuovo di raccontare i libri. Ne parlerò con gli autori de L’Eredità».

E se, dopo 5 minuti e il Tg1, Fiorello si prendesse L’eredità, facendo un’incursione da lei?

«Fantastico, lo metterei subito alla Ghigliottina. Fiore, ti aspetto».

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