Margelletti: “Mosca può colpirci coi droni in 10 secondi. Vuole conquistare l’Europa con la paura”

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«Il mondo è cambiato. Siamo noi che abbiamo paura di riconoscerlo». Andrea Margelletti, presidente del Ce.S.I. – Centro Studi Internazionali e consigliere del ministro della Difesa Guido Crosetto, parte da qui. Dalla paura. Quella delle opinioni pubbliche europee, quella della politica e persino quella di una parte dell’informazione. La paura di ammettere che la guerra non è più qualcosa che accade soltanto lontano dai nostri confini.

L’allarme attribuito all’intelligence americana, secondo cui la Russia starebbe valutando la possibilità di attacchi con droni contro Italia, Francia e Spagna, non lo sorprende. «La Russia è perfettamente in grado di colpirci. Oggi un attacco può essere deciso in pochi secondi. Ma continuiamo a sperare, in maniera quasi suicida, che prima o poi tutto torni come prima. Non tornerà».

Per Margelletti il punto, però, non è immaginare un’invasione dell’Italia. Anzi. «Non vedremo i paracadutisti russi scendere a Piazza Navona. Mosca non ne ha bisogno». La guerra che descrive è molto più sottile. È fatta di minacce, sabotaggi, cyberattacchi, disinformazione, pressione politica. E soprattutto paura. E poi cita «l’esempio dei sabotaggi ai treni in Italia, o ciò che è successo in Inghilterra, quando è stata bloccata la costruzione di un sommergibile». Motivo? «Siamo nella guerra ibrida da anni. Solo che facciamo fatica a dircelo. L’arma più forte che Mosca possiede nei confronti dell’Europa è proprio la paura. Se riesco a convincerti che contrastarmi significa rischiare una guerra, che aiutare l’Ucraina è troppo pericoloso, che difendere un alleato potrebbe trascinarti in un conflitto, ho già ottenuto un risultato senza sparare».

È anche per questo, sostiene Margelletti, che un attacco diretto contro un grande Paese europeo potrebbe persino risultare controproducente per il Cremlino. «In Italia, Francia, Spagna esistono partiti e settori dell’opinione pubblica che hanno posizioni favorevoli alla Russia o comunque contrarie allo scontro con Mosca. Se la Russia attaccasse davvero uno di questi Paesi, li costringerebbe a scegliere. Per Mosca è molto più utile che quelle posizioni continuino a crescere».

E il ragionamento arriva inevitabilmente all’Ucraina. «Quando qualcuno dice basta armi a Kiev, oppure dice usiamo soltanto la diplomazia, bisogna capire quale sarebbe l’effetto concreto. Se togli all’Ucraina gli strumenti per difendersi, rafforzi la posizione russa. La diplomazia esiste quando entrambe le parti hanno qualcosa da mettere sul tavolo. Altrimenti uno negozia e l’altro detta le condizioni».

Ma il vero bersaglio, nella lettura di Margelletti, è più grande dell’Ucraina. È la coesione dell’Occidente e soprattutto quella della Nato. Per spiegarlo cita “Se la Russia attacca l’Occidente”, il libro del politologo tedesco Carlo Masala che immagina un’incursione russa in territorio estone e mette l’Alleanza davanti alla domanda che Mosca vorrebbe imporle: siamo davvero disposti a combattere gli uni per gli altri? «Immaginiamo che domani la Russia occupi un piccolo pezzo di territorio della Nato e ci pianti una bandiera. Che succede? Siamo sicuri che tutti i Paesi dell’Alleanza invocherebbero immediatamente l’articolo 5? Siamo sicuri che tutte le opinioni pubbliche europee sarebbero disposte a rischiare una guerra contro una potenza nucleare?».

L’esempio diventa ancora più concreto guardando all’Estonia. Narva è una città a pochi chilometri dal confine russo e con una popolazione in larghissima parte russofona. «Mettiamo che i russi entrino e che una parte degli abitanti sia persino contenta del loro arrivo. Che cosa facciamo? Entriamo in guerra con la Russia? Tutti i Paesi della Nato darebbero la stessa risposta?».

Poi Margelletti capovolge la prospettiva con un paradosso volutamente estremo. «Immaginiamo che l’Austria invada l’Alto Adige. Per noi italiani sarebbe una questione enorme. Ma quale sarebbe la percezione dell’Estonia? E allora facciamo il ragionamento inverso: quanto siamo pronti noi italiani a considerare vitale un piccolo territorio estone?». È precisamente in questo spazio che, secondo Margelletti, «Mosca sguazza». Perché la Nato è fortissima militarmente, ma la deterrenza funziona soltanto se l’avversario è convinto che tutti siano pronti a reagire. «La Nato non è soltanto carri armati, missili e aerei. La sua forza è la certezza che se tocchi uno, tocchi tutti. Se riesci a insinuare il dubbio che davanti a un attacco alcuni Paesi potrebbero tirarsi indietro, hai già indebolito enormemente l’Alleanza. Ed è questo che Mosca cerca di fare: dividerci, spaventarci, costringerci a non dare le risposte che altrimenti daremmo».

C’è poi un secondo elemento che il Cremlino osserva con attenzione: gli Stati Uniti. «Gli americani mostrano un crescente disinteresse verso l’Europa. Lo vediamo nella discussione sulle armi, lo vediamo con Trump, lo vediamo nella richiesta agli europei di occuparsi sempre di più della propria sicurezza». Se a questo si aggiungono le divisioni europee sul sostegno a Kiev, il risultato è un terreno ideale per la strategia russa. Non perché Mosca abbia necessariamente intenzione di conquistare militarmente l’Europa. Margelletti insiste su questo punto: pensare ancora alla minaccia russa soltanto in termini di carri armati che attraversano una frontiera significa combattere mentalmente la guerra di ieri. «A Mosca interessa il potere. Interessano i soldi, interessa l’influenza, interessa poter condizionare le nostre scelte. Se riesci a ottenere tutto questo senza combattere una guerra contro la Nato, perché dovresti farlo?».

La vittoria, allora, potrebbe arrivare molto prima di un’invasione. Potrebbe coincidere con il momento in cui un Paese europeo decide di non aiutare più un alleato perché ha paura delle conseguenze. O quando un governo rinuncia a una decisione perché teme la reazione di Mosca. O ancora quando l’opinione pubblica comincia a pensare che, in fondo, sia meglio lasciare che la Russia faccia ciò che vuole pur di evitare la guerra. «È questo il meccanismo. Mosca vuole utilizzare l’arma più forte che ha: la nostra paura. Vuole vincere senza combattere».

Ed è proprio qui, secondo Margelletti, che l’Europa continua a commettere il suo errore più pericoloso: «Essere paralizzata dalla paura di ammettere che il mondo è cambiato. Continuiamo a sperare che tutto torni come prima. Ma il mondo di prima non esiste più».

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