Home Business Marina Abramovic: “Un asinello è la mia guida politica e spirituale”

Marina Abramovic: “Un asinello è la mia guida politica e spirituale”

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Se la vecchianza facesse sempre sorellanza saremmo a cavallo. Ma per capire questa semplice e complessa verità, ci vogliono spirito libero, apertura al mondo, ricchezza di intuito, capacità di osare senza mai strafare, curiosità infantile. Ci vogliono due personalità sfaccettate come la mecenate Alda Fendi e l’artista Marina Abramović che infatti si sono subito riconosciute e amate, giocando con l’età rivendicando i numeri pieni. Figurarsi che a New York l’artista ha organizzato una festa per i suoi 80 anni che cadono a fine novembre e ha invitato le amiche coetanee, nientedimeno che Grace Jones, Patty Smith, Cher, Laurie Anderson. E abbiamo detto tutto. Ecco Alda, la grande imprenditrice che con le quattro sorelle portò Fendi nel mondo e che con lo stesso spirito avventuroso si è aperta all’arte contemporanea con la sua Fondazione Alda Fendi – Esperimenti, ora apre una nuova stagione del percorso di ricerca e sperimentazione, accogliendo il potere rivoluzionario dell’arte di una grandissima artista amata universalmente, Marina Abramović. Un approccio privato che esplode oltre le mura di un museo e di una galleria abbracciando la città. Senza barriere e biglietti d’ingresso il gesto artistico di Marina Abramović, fortemente voluto da Alda, parte dalla performance “Confession 2010”, “The road to Confession, 2026” video concepito appositamente per la nuova opera site-specific, “Confessione 2026” trasformata in installazione. Così l’Arco di Giano, gioiello affacciato sul Foro Boario, diventa teatro di un incontro inedito tra arte contemporanea, archeologia e memoria. Il 19 di novembre (alle 18 e poi per sei mesi apertura dalle 17 alle 21), Abramović presenterà “Confession, 2026” trasformando quell’area archeologica di enorme impatto visivo in un luogo di esperienza, ascolto e partecipazione, complici le sapienti illuminazioni del Premio Oscar Vittorio Storaro. Abramović si siederà davanti a un asino d’oro e inviterà il pubblico a prendere il suo posto. Gesto teso a rendere quest’inaugurazione parte del progetto, simbolica consegna a quanti ne vogliono godere per fare sì che ogni persona che siederà lì, vedrà l’opera rinnovarsi. Un’arte vissuta che impatta sulla storia recente perché fu proprio quel monumento di inestimabile valore ad essere coinvolto nell’attentato mafioso del 1993 alla vicina Chiesa di San Giorgio al Velabro. L’arco di Giano ne uscì compromesso e per decenni l’area rimase chiusa. Oggi sono stati ultimati anche gli ulteriori interventi di restauro grazie ai fondi del Pnrr – Caput Mundi e “Confession” può entrare gratuitamente, come è costume della Fondazione, nel monumento fisico trasformando l’archeologia in atto artistico contemporaneo. Sostiene l’artista, in collegamento da New York: «Ho riflettuto su Roma e questa opera-video l’ho concepita proprio per un senso di completezza».

Nabil Elderkin dirige Abramović all’alba quando cammina per le strade dei Fori con l’asino al suo fianco. La città lentamente si sveglia e lei, sempre con l’asino “Paltò” arriva all’Arco di Giano dove i due si guardano negli occhi. Anticipazione della confessione intima e segreta, una liberazione verso la strada della trasformazione. «Credo che noi esseri umani ci blocchiamo davanti a difficoltà comuni a tutti – Ci rivela Marina Abramović – A volte non abbiamo il coraggio di confessarci neanche con le persone più vicine. All’asino restituisco un senso biblico, simbolo di forza e potenza. La sua vita difficile ci porta fiducia e ci induce a utilizzarlo come momento di confessione, silente». Come vi siete trovate lei e Alda Fendi? «Ci siamo conosciute da poco. Io compio 80 anni a novembre, (in quella data A Gnamc di Roma le dedica una retrospettiva) Alda quasi novanta e come me non ha mai messo da parte la sua curiosità grazie a quello spirito immortale di una ragazzina». Lei ama l’Italia e parla l’italiano. Quando è venuta per la prima volta? «Era il 1971 in piena “swinging Roma”. L’arte povera mi aveva fatto incontrare artisti come Merz, Clemente, Ontani, la capitale era in pieno fermento culturale, Bonito Oliva mi portò a Villa Borghese per la mia prima performance. Un percorso ideale e nel mio lavoro il percorso diventa rituale». Era un’epoca d’oro. Oggi sembra ci sia una bolla che rende tutto irraggiungibile. È così? «Ora l’arte è un bene di consumo. Allora noi creavano senza domandarci se avremmo venduto il frutto del nostro lavoro, non ne sentivamo il bisogno. Ora accade il contrario. Dobbiamo sperare nelle nuove generazioni di artisti in grado di ripristinare la freschezza non commerciale. Se un’opera la paghi 10 milioni di dollari la consegni a ricchissimi collezionisti che la chiudono in salotto allontanandola dalla gente. Invece deve tornare al popolo perché l’arte è un bene importante per la società». Come sta messa con l’intelligenza artificiale Marina Abramović? «Certo Ai porta dei benefici ma è pericolosa per la nostra società. Gli esseri umani sono diventati avidi di tecnologia, la vogliono fare propria senza capire che a lungo andare ci sovrasterà». Le donne che ruolo hanno? «Assumono una valenza speciale nel mio lavoro, sono al centro perché hanno il potere di creare la vita e questo le pone molto al di sopra degli uomini. Noi siamo la forza vitale che è anche un elemento politico. Viviamo in un brutto momento, fame, guerre, inquinamento, presidenti inadeguati, corruzione. Mi piacerebbe che un politico si sedesse davanti all’asilo e si confessasse, sarebbe fantastico». E per avvicinarsi il più possibile a questo incontro, La Fondazione Alda Fendi – ha affidato al suo direttore artistico Raffaele Curi, il terzo e ultimo capitolo della trilogia dedicata alla commistione tra arte, poetica e vita. L’introspezione si chiude con “Rose per Lucilio – liberamente tratto dall’Asino d’oro o le Metamorfosi di Apuleio”.

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