Meloni attacca l’Ue: “Soffoca l’economia”

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In un contesto internazionale segnato da forti tensioni geopolitiche e da un mercato energetico instabile, la linea del governo è contraddistinta dal braccio di ferro con Bruxelles. All’assemblea di Confindustria, Giorgia Meloni sceglie di partire proprio da qui: dal nodo europeo e dagli effetti della crisi iraniana sulla competitività delle imprese. Meloni parla dal palco della kermesse per 36 minuti, all’indomani della tornata delle amministrative con cui il centrodestra conta di aver superato la debacle referendaria. La sua ricetta di fine legislatura si sostanzia con un affondo sulla strategia dell’Europa a cui chiede una svolta: «Se la regola è la libertà, tutto quello che non è espressamente vietato per un interesse superiore già tutelato, deve esser consentito senza lacci e gabbie che hanno come unica conseguenza quella di soffocare l’iniziativa economica».

La presidente del Consiglio descrive uno scenario di “policrisi”, in cui gli shock esterni – dal Medio Oriente ai rapporti transatlantici – si traducono rapidamente in costi per famiglie e aziende. «La crisi iraniana sta chiaramente producendo effetti dirompenti sui costi per le famiglie e per le imprese e sulla competitività dei nostri sistemi produttivi, aggravando le nostre vulnerabilità», avverte. Un quadro che giustifica, nelle intenzioni del governo, la richiesta di maggiore flessibilità sui conti pubblici per sostenere gli investimenti energetici. È qui che si concentra la critica a Bruxelles, accusata di rigidità proprio mentre si prepara a rispondere – probabilmente il 3 giugno, nell’ambito del semestre europeo – alla lettera inviata dall’Italia a Ursula von der Leyen. Meloni chiede un’estensione della clausola di flessibilità già prevista per la difesa: «Sono circostanze che sfuggono al controllo degli Stati membri e che giustificano ampiamente l’estensione della flessibilità concessa per le spese di sicurezza agli investimenti necessari a far fronte alla crisi energetica». E precisa: «Non si tratta di essere autorizzati a fare nuovo debito a livello nazionale, ma di allocare al meglio quello che c’è. Puro e semplice buonsenso».

Il messaggio politico è duplice: da un lato, ribadire la centralità della sicurezza – «la difesa è libertà» -, dall’altro, rivendicare pari dignità per le emergenze economiche. «Se non aiutiamo le famiglie e le imprese a superare l’impatto di una crisi che è significativa, rischiamo che domani non ci sia più niente da difendere», afferma, sottolineando la necessità di «creare un equilibrio tra due necessità».

L’affondo all’Ue si allarga poi al funzionamento complessivo delle istituzioni comunitarie. «La principale, enorme, fragilità che ci riguarda da vicino è l’attuale configurazione dell’Unione europea, un gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato la competitività, la crescita strategica, sull’altare di approcci ideologici e tecnocratici», sostiene Meloni, accusando Bruxelles di essere «inarrestabile nella capacità di moltiplicare le regole», ma «miope» sul piano geopolitico. Da qui, l’invito a «fare meno e meglio» e a «rimettere al centro la politica», perché «il compito della burocrazia è accompagnare gli indirizzi della politica, non sostituirsi alla politica».

Il richiamo al disboscamento normativo e la battaglia contro il sistema degli Ets – definito «una tassa paradossale» difesa da «totem ideologici» – segnano una linea politica che negli ultimi mesi si è fatta più esplicitamente conflittuale nei confronti della Commissione.

Dopo la lunga premessa internazionale, Meloni si rivolge alla platea di Confindustria cercando di consolidare il rapporto con le aziende. Rivendica i provvedimenti adottati e apre su una serie di dossier: incentivi, tax expenditures, piani individuali di risparmio, responsabilità d’impresa. «Siamo disponibili ad aprire un dialogo», assicura, aggiungendo che il sistema delle responsabilità «non può trasformarsi in criminalizzazione delle imprese». La proposta più concreta riguarda la macchina amministrativa: «Vi propongo di avviare subito un cantiere comune per arrivare ad una riforma comune della burocrazia». Tuttavia, i precedenti tentativi di semplificazione hanno prodotto risultati limitati e il nodo della produttività continua a pesare sulla crescita. Per non parlare dei salari, tema ignorato da Meloni nella sua relazione.

In chiusura, la premier punta su un messaggio motivazionale rivolto agli imprenditori: «Il governo c’è e non intende indietreggiare di un solo millimetro, siate coraggiosi e io vi prometto che farò lo stesso». Resta però il nodo di fondo. Un anno fa davanti all’assemblea di Confindustria i temi principali erano più o meno gli stessi: i prezzi dell’energia, la speculazione e l’Europa, che Meloni esortava a rimuovere i dazi interni auto-imposti. La svolta non c’è stata

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