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Meloni laica sul voto Usa, ma teme per benzina e mercati “Trump sarà più aggressivo”

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La parola è «laica». È quella che Giorgia Meloni usa con i suoi interlocutori per descrivere l’attesa delle elezioni di midterm americane. Nessun tifo, nessuna scommessa sul risultato. Perché a Palazzo Chigi – giurano i fedelissimi della premier – più che su chi conquisterà il Congresso, si ragiona su cosa succederà dopo. E nessuno dei due scenari viene considerato rassicurante. Se Donald Trump dovesse continuare a governare come fatto fino ad oggi, anche se il barometro del rapporto pubblico tra Meloni e il tycoon da qualche settimana non indica tempesta, i risultati non sarebbero di certo migliori di quelli che sono sotto gli occhi di tutti. Se dovesse perdere la maggioranza, invece, l’anatra zoppa in patria diverrebbe un presidente ancora più imprevedibile all’estero. Ai vertici del governo il timore è che, con il Congresso a sbarrargli la strada sulle politiche interne, Trump sposti il baricentro sulla politica internazionale. «E non è per forza una cosa positiva» chiariscono tra Palazzo Chigi e via della Scrofa. Con un’aggravante: una Camera a maggioranza democratica potrebbe avviare l’impeachment. I voti per condannarlo al Senato probabilmente non ci sarebbero, ma l’apertura della procedura basterebbe ad alimentare uno scontro istituzionale. Un presidente indebolito, dunque, «ma ancora più aggressivo». È lo scenario che rende ancora più delicati i dossier sul tavolo della premier. A partire dall’Iran. Un massiccio attacco Usa o un allargamento del conflitto avrebbero conseguenze sui prezzi dell’energia, sui mercati e sui conti italiani. È una prospettiva che a Palazzo Chigi preoccupa non poco. Come preoccupa la gestione di Cuba: la pressione di Washington sull’Avana costringe Roma a misurare ogni passo, cercando di non compromettere il rapporto con Trump e, allo stesso tempo, di non rinunciare alla propria posizione. L’astensione italiana all’ultima risoluzione Onu sull’embargo è il risultato di questo equilibrio, oltre che del tentativo di tenere vivo il dialogo con la componente più pragmatica dell’amministrazione, quella di Marco Rubio. Idem su Israele e Gaza. A dimostrarlo è la richiesta pendente già da qualche settimana di inviare carabinieri, poliziotti e vigili del fuoco nella Striscia: «Il quadro non è chiaro» spiegano fonti di rilievo, e l’Italia non si impegnerà prima che lo diventi. Poi c’è l’Ucraina, dove il tempo gioca contro Meloni. Il tredicesimo pacchetto di aiuti militari è pronto, ma non è ancora stato sbloccato. Una scelta che rinvia il confronto con le diverse anime della maggioranza, ma che pesa nei rapporti con Kiev e con gli alleati Ue. E che diventerà più difficile da gestire man mano che si avvicinerà il voto italiano, specie se Trump accelererà la campagna di riavvicinamento a Vladimir Putin.

La sola certezza, insomma, è che dal voto del 3 novembre non arriveranno soluzioni. Anche perché, ragiona un ministro, «la discontinuità americana è più profonda di una singola presidenza» e finanche un eventuale ritorno dei democratici alla Casa Bianca «non riporterà le lancette a Biden o Obama». È forse questa la consapevolezza più scomoda per Palazzo Chigi: prepararsi a un’America diversa, indipendentemente da chi ne controlla il Congresso o la Casa Bianca. «L’unico aspetto positivo – è la battuta che la premier avrebbe condiviso con i suoi – è che questa campagna elettorale sarà finalmente finita».

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