Home Business Midterm Usa 2026, guida alle elezioni: come funzionano e cosa rischia Trump

Midterm Usa 2026, guida alle elezioni: come funzionano e cosa rischia Trump

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WASHINGTON. Le elezioni di metà mandato del Congresso negli Usa rappresentano uno dei momenti di massima tensione e partecipazione della politica americana, spesso una vera e propria prova del fuoco per l’amministrazione in carica.

Sebbene, per definizione, non riguardino il presidente e attirino generalmente meno elettori rispetto alle elezioni presidenziali (che godono di maggiore visibilità), alcuni semplici dati rivelano che non mancheranno di pathos.

Oltre 100 milioni di elettori sono attesi alle urne – qualora l’affluenza fosse simile a quella del 2022 – ma la cifra potrebbe essere superiore, vista l’attenzione che si sta generando, i dati provenienti da chi sta votando anticipatamente e il fatto che molti vedano queste elezioni come “un referendum su Donald Trump”.

Inoltre, sono state raggiunte cifre record per la campagna elettorale, superando i 4 miliardi di dollari in pubblicità politica, alimentate anche dai finanziamenti di grandi donatori, come Elon Musk, che finora ha speso 366 milioni a sostegno dei Repubblicani.

La situazione nelle due Camere

In gioco c’è il controllo sull’intero ramo legislativo federale. Alla Camera dei Rappresentanti, dove il Partito Repubblicano detiene una risicata maggioranza di 218 seggi contro 214, ai Democratici basterebbe un guadagno netto di quattro seggi per ribaltare i rapporti di forza.

Una dinamica del tutto analoga si registra al Senato, dove la maggioranza conservatrice, 53 a 47, impone ai Democratici di conquistare quattro seggi per ottenere la leadership. Una cifra difficile da ottenere, ma non impossibile.

La partita per il Congresso si gioca principalmente in una dozzina di competizioni chiave sparpagliate nel Paese, in particolare nei collegi di Stati ad altissima tensione come Texas, Ohio, Michigan, Maine, Georgia, North Carolina e Iowa.

Cosa succede se vincono i Repubblicani (il blocco di Trump)

Per Donald Trump e i Repubblicani che controllano entrambe le Camere, il clima politico è nefasto.

L’indice di gradimento del tycoon ha toccato livelli particolarmente bassi, penalizzato dall’impatto dell’inflazione, dal rincaro dei generi alimentari e dei carburanti e dalle reazioni a recenti decisioni di politica estera ed economica, come l’imposizione dei dazi globali e la guerra in Iran.

L’esito del voto modellerà in modo radicale gli ultimi due anni del mandato presidenziale: una vittoria dei Repubblicani in entrambe le Camere confermerebbe la strada spianata per l’agenda della Casa Bianca, consentendo l’approvazione rapida delle riforme di bilancio, la proroga dei tagli fiscali, l’avanzamento della deregolamentazione energetica e la rapida conferma dei giudici federali e dei vertici dell’amministrazione.

Allo stesso tempo, storicamente, il presidente in carica tende a perdere la Camera dei Rappresentanti e anche quest’anno lo scenario dovrebbe essere lo stesso. Al Senato, invece, la situazione è molto più incerta.

I repubblicani potrebbero mantenere il controllo della Camera Alta anche perdendo qualche seggio, persino se lo scenario fosse 50-50, con il vicepresidente JD Vance che interverrebbe poi – per legge – per rompere ogni impasse e garantire la maggioranza al suo partito.

Con una Camera democratica e un Senato repubblicano, la vita per Trump sarebbe più difficile – come fu nel 2018, quando i Dem lo portarono persino all’impeachment – ma il suo potere politico resterebbe grande, seppur depotenziato.

Cosa succede se vincono i Democratici

Se i Democratici riuscissero a conquistare la maggioranza anche solo in una delle due camere, lo scenario politico si trasformerebbe radicalmente e provocherebbe uno scontro a livello istituzionale.

La presidenza della Camera passerebbe con ogni probabilità a Hakeem Jeffries, che diventerebbe il primo Speaker afroamericano nella storia degli Stati Uniti.

Con la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, i Democratici bloccherebbero i provvedimenti legislativi promossi dai conservatori, determinando uno stallo o costringendo la presidenza a ricorrere a continui compromessi.

Inoltre, Jeffries e i presidenti delle commissioni legislative acquisirebbero il potere di avviare indagini formali sull’operato dell’amministrazione, di emettere mandati di comparizione ai funzionari e di monitorare da vicino l’attività dei dipartimenti federali.

Se l’opposizione riuscisse a conquistare anche il Senato, il Presidente perderebbe l’autonomia nella nomina dei giudici federali e dei funzionari di governo, dovendo negoziare ogni singola candidatura.

Tanto che Trump potrebbe finire per diventare un presidente “lame-duck” (anatra zoppa in italiano, ndr) fortemente vincolato. Manterrebbe la sua autonomia in politica estera, ma a livello domestico il suo potere sarebbe limitatissimo.

Gli Stati e le sfide chiave da osservare

La mappa elettorale si divide tra le roccaforti storiche dei partiti, dove i risultati non sono in dubbio, e i cosiddetti battleground states (Stati in bilico), sui quali si concentrano le risorse e le campagne politiche.

Il Michigan va osservato con molta attenzione. Nella corsa per il seggio senatoriale, la sfida vede contrapposti il candidato del Partito Democratico, Abdul El-Sayed, ex funzionario della sanità pubblica con posizioni molto progressiste, e il candidato del Partito Repubblicano, Mike Rogers, ex presidente della Commissione Intelligence della Camera.

Se El-Sayed vincesse, sarebbe la conferma che le posizioni progressiste all’interno del suo Partito sono diventate attraenti anche per gli elettori più moderati e indecisi. Al contrario, se perdesse, potrebbe essere una conferma per i Dem, anche in ottica presidenziale: le posizioni più centriste risultano più appetibili per la maggior parte della popolazione.

Il Maine, con il suo sistema di voto particolare e una tradizione di indipendenza politica, e l’Ohio (spesso conteso nelle elezioni speciali e per il Senato) rappresentano ottimi barometri dello stato di salute dei rispettivi partiti. Chi esce vincitore qui avrà il suo peso.

Allo stesso tempo, Texas e Alaska, tradizionalmente a maggioranza conservatrice, sono diventati Stati sempre più seguiti per le possibili sorprese elettorali.

Proprio il caso del Texas è emblematico: è dal 1988 che un democratico non ottiene un seggio al Senato e ora il candidato James Talarico ha davvero la possibilità di vincere, interrompendo un digiuno di quasi quarant’anni.

Se sconfiggesse il suo rivale repubblicano, Ken Paxton, Talarico darebbe un colpo durissimo ai Repubblicani, anche in vista del 2028, perché dimostrerebbe che il Texas non è più un bastione repubblicano, bensì un nuovo stato indeciso sulla mappa elettorale.

Cosa dicono i sondaggi?

Il tasso di gradimento dell’operato del presidente Donald Trump è sceso ai minimi storici per un secondo mandato, attestandosi tra il 31% e il 36% secondo i principali sondaggi nazionali, in vista delle elezioni.

Questioni interne, come l’aumento dei prezzi al consumo, avranno probabilmente un impatto sull’esito di molte competizioni elettorali e potrebbero erodere il sostegno ai Repubblicani.

Allo stesso tempo, emergono segnali che indicano una maggiore propensione al voto da parte dei Democratici rispetto ai Repubblicani. Se i trend relativi al voto anticipato dovessero confermarsi, ciò potrebbe preludere a una grande vittoria dei Democratici a novembre.

Vi sono inoltre indicazioni che gli elettori di origine latina, che nel 2024 si erano orientati verso Trump, potrebbero tornare a sostenere i Democratici, a causa della frustrazione per la situazione economica e per alcune tattiche estreme adottate da Trump in materia di immigrazione.

Tuttavia, una vittoria schiacciante dei Democratici è tutt’altro che garantita.

I Repubblicani potrebbero trarre vantaggio dal perdurante scetticismo nei confronti dei Democratici, da una maggiore disponibilità di fondi per le campagne elettorali e dai timori degli elettori moderati, scaturiti dalla vittoria di alcuni esponenti di sinistra nelle elezioni primarie.

Come ha scritto il collega Alberto Simoni nella sua newsletter “Metternich”, i sondaggi sono un buon termometro per capire cosa potrebbe succedere, ma da tempo hanno smesso di essere affidabili e tendono quasi tutti a mostrare gli stessi risultati – un fenomeno chiamato “herding” (fare gregge, letteralmente, ndr) – per non risultare fuori dal coro e risultare credibili agli occhi del pubblico.

Simoni, di fatto, ha scritto: «Dobbiamo essere scettici, quindi? Io userei il termine prudenti, mai troppo perentori, ma troppo sicuri poiché – ed ecco il secondo elemento, il precedente del 2024 – le cose non sempre vanno come previsto».

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