«Che ore sono? Mi scusi, che ore sono?». «Ma fhemtch! Shnu?». «Papà, siamo a Casablanca e stai parlando in italiano!». Risate. Non era la prima volta che assistevo a una scena del genere. Eppure, ogni volta, mi lascia profondamente colpita e mi ricorda il conto che si deve pagare con l’emigrazione.
Mio padre si chiama Mohamed. Ha 75 anni, è pensionato e oggi è nonno. È marocchino, ha la faccia da marocchino e il suo italiano conserva una cadenza marocchina, anche se vive in Italia da 45 anni. Qui ha lavorato, cresciuto noi figli e visto nascere i suoi nipoti. È legatissimo a questo Paese, ne segue appassionatamente la politica, legge i giornali, anche se lentamente, commenta le notizie e discute di tutto. Eppure, quando parla italiano, si sente ancora che è straniero.
Quando ero piccola lo trovavo buffo. Mi sentivo ormai abbastanza italiana da prenderlo in giro e lui sorrideva, sapendo che quella era la sua condanna. Oggi i miei figli fanno altrettanto: giocano con il suo accento e con il suo italiano particolare, altre volte lo correggono. Lui trascorre davvero molto tempo con loro. Quando mio figlio frequentava le elementari, aveva cominciato a pronunciare alcune parole proprio come il nonno. E noi ci ridevamo sopra. Oggi è il più piccolo, che ha sette anni, a correggerlo.
La sua storia è quella di tanti genitori stranieri che oggi sono al centro dello scontro politico, perché considerati colpevoli di non conoscere e di non parlare abbastanza bene la lingua italiana. E allora non posso che provare un forte disagio, conoscendo da vicino che cosa significhi essere genitori stranieri ed essere figli di genitori stranieri. Io stessa sono arrivata in Italia all’età di nove anni, esattamente nel 1990. Erano gli anni dei numerosi ricongiungimenti familiari, quando già si cominciava a ragionare su una scuola capace di accogliere tutti.
Solo chi non conosce le pene dei migranti adulti, e dunque anche dei genitori, e non conosce il loro vissuto può pensare che non siano disposti a integrarsi. Solo chi non conosce come è organizzato il nostro Paese in materia di integrazione può far passare il messaggio che vi siano mezzi, aule e personale in attesa di migranti da alfabetizzare. La realtà è ben altra ed è molto più complessa di un discorso da comizio elettorale.
Mio padre Mohamed, come tanti migranti di oggi, è stato prima di tutto un lavoratore. Gente che faticava a mettere insieme il pranzo con la cena, ieri come oggi. Quando sento colpevolizzare i migranti perché poco integrati, perché parlano male la nostra lingua, mi chiedo se conosciamo davvero la loro vita. Quella che hanno lasciato alle spalle e quella che vivono nel nostro Paese.
Pensiamo soltanto a una delle comunità che oggi è nell’occhio del ciclone: i bengalesi. Grandi lavoratori, certo. Ma provenienti da realtà così lontane e diverse dalle nostre. Diventati facili bersagli della propaganda dell’estrema destra. Persone che possono avere alle spalle contesti di povertà non soltanto economica, ma anche educativa e culturale.
Mia madre, per esempio, era analfabeta. Sì, non sapeva né leggere né scrivere nella sua lingua madre, l’arabo. Mio padre aveva la quinta elementare. Nessuno dei due aveva frequentato un corso di italiano. La lingua l’avevano imparata lavorando, ascoltando i colleghi, parlando con le persone che incontravano ogni giorno.
Il loro vocabolario aveva i confini geografici e sociali della loro esistenza. Era fatto delle parole necessarie per lavorare, fare la spesa, parlare con i vicini, sbrigare qualche pratica. Era l’italiano del piccolo paese nel quale vivevamo. Un italiano costruito sul tragitto tra casa e lavoro, ripetuto ogni giorno, per anni.
Mi chiedo sempre se, quando si parla con violenza e senza pietà di questi uomini e di queste donne, si pensi anche alle storie che si portano dentro. Alla politica, invece di umiliarli e strumentalizzare le loro fragilità, pur sapendo quanto sia stata complicata la loro integrazione, e non certo per mancanza di volontà, vorrei chiedere soltanto un favore: lasciate almeno che i loro figli crescano sognando e possano diventare finalmente i nuovi italiani. Senza discriminazioni. Ma con amore, accoglienza e accompagnamento. Perché il tempo, per un bambino come lo sono stata io, c’è ancora. Quello dei genitori come mio padre Mohamed, invece, no. E non per questo lui è meno integrato o meno italiano.
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