Missione Artemis, l’astronauta Hoffman: “Ora basi fisse sulla Luna per la convivenza uomo-robot”

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«C’è una similitudine tra Apollo 8 e Artemis 2, ma non è né tecnica né spaziale, ma riguarda il momento geopolitico. All’epoca, si disse giustamente che Apollo 8 salvò il 1968, un anno carico di tensioni, di tragedie e guerre. Anche Artemis 2, con la sua spettacolare missione, le immagini incredibili e un equipaggio straordinario, ci regala ottimismo in un momento complicato per il mondo, come quello attuale». E’ il commento dell’ex astronauta statunitense Jeffrey Hoffman, astrofisico, protagonista in cinque missioni dello Space Shuttle, compresa quella in cui riparò nel vuoto spaziale il Telescopio Spaziale Hubble , salvando una missione da miliardi di dollari. Jeff è intervenuto a Pavia, dove si è svolto nei giorni scorsi il Pavia Innovation Week, in collegamento dal prestigioso MIT di Boston, in cui è docente.

Cinque voli Shuttle e quel rischioso ruolo di meccanico spaziale

Cinque voli nello spazio, tra il 1985 e il 1996. Quattro “passeggiate spaziali”, una più complessa dell’altra, compresa la prima fuori programma per recuperare un satellite, con rischi elevati. E due missioni molto ”italiane”. Jeffrey Hoffman fu il comandante scientifico in entrambe le missioni dello Space Shuttle che, nel 1992 e 1996, portarono in orbita il satellite italiano a filo “Tethered”. Missioni in cui c’erano anche gli astronauti italiani: Franco Malerba nella prima missione, e in seguito Maurizio Cheli e Umberto Guidoni. E poi fu nominato nell’equipaggio che nel 1993 andò a riparare il Telescopio Spaziale Hubble, uno dei progetti spaziali più costosi di sempre. Alcuni la definirono “Mission impossible”, un po’ come quelle dei film di fantascienza. E se oggi abbiamo una visione del tutto nuova e rivoluzionaria dell’universo, lo si deve al Telescopio Spaziale “Hubble”, ancora oggi operativo, a 36 anni da quando fu messo in orbita. «La missione STS 61 dell’Endeavour fu una delle più complesse della storia del Programma Shuttle. E fu preparata per lungo tempo, e come nessun’altra missione. Bisognava risalire alle imprese lunari Apollo per una missione con un addestramento così lungo. D’altra parte il nostro compito era, oltre che complesso, assai delicato» – ha ricordato Hoffman – «Avevamo una grande responsabilità, e infatti scelsero astronauti che già avevano esperienza di passeggiate spaziali. Il telescopio fu inviato nello spazio con un’aberrazione ottica. Non era possibile quindi effettuare le osservazioni. S trattava di salvare una delle missioni spaziali più prestigiose di sempre, con grandi attese da parte della comunità astronomica internazionale».

Riscatto NASA

A Pavia Jeff ha parlato della recente missione Artemis e del ritorno alla Luna: «Tornare sulla Luna per restarci. Questo è ora il nostro grande obiettivo – ha detto l’ex astronauta NASA – Se l’Apollo aveva doveva vincere la gara con l’ex Unione Sovietica, ora abbiamo altri progetti, al di là della concorrenza della Cina. Dobbiamo restarci. Come? Dopo i primi sbarchi di Artemis si dovranno costruire avamposti e poi basi fisse sulla superficie. E non potranno farlo gli astronauti da soli. Ma grazie a grandi macchinari robotizzati, di cui disponiamo tecnologie e sistemi. Le basi sulla Luna rappresenteranno una grande commistione tra uomo e veicoli robotizzati».

«Questo è stato un po’ il riscatto della NASA e degli Stati Uniti. Un gran ritorno di immagine e di prestigio – aggiunge l’ex astronauta – Ricordo molto bene l’Apollo 8, ero già un giovane ricercatore all’epoca, e questa volta è stata un’emozione simile. Tante cose in ambito tecnologico sono cambiate da allora, e i viaggi spaziali sono diventati più sicuri. Adesso sia SpaceX che Blue Origin stanno preparando il veicolo di atterraggio lunare, che speriamo sia pronto, e in sicurezza, per il 2028». «Il ritorno alla Luna è importante poiché è dalla superficie selenica che potremo recuperare risorse importanti, e poi tramite l’estrazione di ossigeno e altre risorse direttamente dal terreno lunare potremo rendere sostenibili le basi abitate – precisa Jeff – E poi la Luna, ne sono certo, sarà il trampolino di lancio per le missioni umane per Marte. Sarà da lì che partiranno». Poi torna sulla sua carriera, straordinaria, di ricercatore e astronauta: «Ho studiato fisica e poi astrofisica per anni – ricorda – e prima di diventare astronauta lavorai a telescopi poi collocati su satelliti inviati nello spazio. Alla NASA dovetti subire, come tutti, una lunga e complessa trafila di test, però restarono molto colpiti dalla mia esperienza di astrofisico. Non a caso mi fecero volare, sulla mia seconda missione, su Astro-2, nel 1990, che recava nella stiva dello Shuttle un pallet carico di telescopi. E poi, naturalmente la prima riparazione di Hubble».

La vista della Terra, sempre l’emozione più grande

«La vista della Terra fu la più grande emozione provata durante il mio primo volo, del 1985. Quindi posso ben capire l’emozione degli astronauti di Artemis 2, che l’hanno vista da ben più lontano” – aggiunge – Ricordo, subito dopo lo spegnimento dei motori dello Shuttle,. di avere notato subito le coste dell’Africa, una roba pazzesca. Quando vedi la Terra dallo spazio non vedi l’ora di tornarci, anche per questa ragione». E poi, ancora sul recupero dell’incredibile Hubble, ancora operativo oggi, dopo 33 anni dalla riparazione : «Una grande soddisfazione, per una missione straordinaria. Posso dire che sia come astronomo che come astronauta, mettendo le mie due mani sul Telescopio Spaziale Hubble e riuscire a ripararlo è stato uno dei momenti più belli della mia vita. Tuttavia, altri astronauti hanno trascorso anni a contribuire allo sviluppo di molte delle procedure e dell’hardware che abbiamo utilizzato. Altri dopo di noi sono andati in orbita per ripararlo. E così, Hubble ha riscritto i libri di astronomia molte volte». Hubble è poi risultato straordinario per molti settori dell’astrofisica. Ma se dovessimo sceglierne uno?: «Per me – dice l’ex astronauta americano – la scoperta più incredibile è stata la scoperta dell’accelerazione dell’espansione dell’universo, che ha portato all’idea di “energia oscura”, che sembra costituire tre quarti del contenuto dell’universo. E non abbiamo ancora idea di cosa sia!».

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