Bloccato in Mali mentre il Paese piomba nella guerra. La sua famiglia a Torino, lui nella sua terra d’origine che diventa prigione a cielo aperto. «Per giorni abbiamo sentito spari, ho visto uomini morti per strada. Ora però la situazione è un po’ migliorata» dice Moussa, 15 anni, di cui gli ultimi quattro trascorsi in Africa, tra la capitale Bamako e la Costa d’Avorio. I suoi genitori sono a Torino, vorrebbero farlo rientrare e metterlo al sicuro ma «c’è un problema burocratico che tiene tutto fermo» dice il papà, Abubakar, un permesso di soggiorno per lavoro subordinato e un impiego come facchino in un’azienda di Rivalta con cui tira avanti la famiglia.
Era il 2022 quando Moussa salì su un aereo destinato a Bamako per raggiungere sua nonna e altri parenti. All’inizio era una vacanza, poi è diventato qualcosa di più. I suoi genitori vogliono che frequenti una scuola coranica, ma – complici anche le prime tensioni legate all’espulsione dei contingenti Onu da parte della giunta militare – decide di trasferirsi in Costa d’Avorio, ospite da uno zio che lo prende con sé a lavorare nel suo negozio. Il ritorno in Italia viene posticipato, i contatti con la famiglia a Torino si diradano pur senza interrompersi mai. Nel 2025, quando la situazione in Mali sembra essersi stabilizzata, torna nella capitale dove lo attende la nonna. Si muove da solo, nonostante la giovanissima età. Intanto a Torino arriva anche una sorellina, Balakissa, che, suo malgrado, e in modo del tutto inconsapevole, diventa il «problema burocratico» che finora gli ha impedito di tornare.
Roma, in fila davanti all’Ufficio Immigrazione: “Racket biglietti e truffe di finti operatori”
A spiegarlo è ancora il papà: «Stiamo cercando di fare domanda per il ricongiungimento ma il Caf blocca la pratica perché la mia casa è troppo piccola per ospitare anche Moussa ora che siamo diventati cinque». Il suo è un impiego da minimo sindacale, la moglie è casalinga: difficile ottenere più degli attuali 72 metri quadrati nel popolare quartiere Parella. Parallelamente si è mosso anche Moussa, con l’aiuto di un volontario, attraverso il Consolato italiano a Dakar che ha competenza anche per le pratiche provenienti dal Mali, ma finora senza esito. La legge su questo è chiara e prevede una superficie abitabile minima non inferiore a 14 metri quadrati per i primi quattro componenti del nucleo familiare e 10 per ogni altra persona in più. Insomma, per fare rientrare Moussa servirebbero quattro metri quadri aggiuntivi. Una norma che diventa beffa, un cortocircuito che tiene tutto bloccato da settimane. Il ragazzo resta a Bamako, nonostante le tensioni e le minacce di guerra, perché la casa di Torino, dove vive la sua famiglia, è troppo piccola. «Stiamo cercando un appartamento più grande – aggiunge il papà – ma intanto ho dovuto rinnovare il permesso di soggiorno e così ho perso ancora tempo. Non è facile». Alcuni amici di famiglia si sono attivati, coinvolgendo associazioni e professionisti ma fino a questo momento la pratica di Moussa non si è sbloccata.
il rapporto Istat
Italia, crescita debole e capitale umano sprecato: poco valorizzati giovani, donne e migranti

Una situazione plausibile? «Certo, questa norma sul ricongiungimento esiste – conferma l’avvocato Ornella Fiore, esperta di tutela dei minori e consulente dell’Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione –. Vista la conclamata situazione del Mali, se il ragazzo fosse in Italia, i giudici gli riconoscerebbero una protezione internazionale, ma essendo a Bamako l’unico modo che ha di far valere la sua situazione di elevata vulnerabilità può essere la richiesta di un visto umanitario». Per una istanza di questo tipo, il tribunale competente è quello di Roma, ma la giurisprudenza è spaccata e c’è chi interpreta in modo restrittivo tale possibilità. «Tuttavia è un tentativo che mi sentirei di fare vista anche la minore età del ragazzo e il fatto che lui è già vissuto qui» prosegue l’avvocato Fiore.
Moussa, infatti, conosce bene Torino, parla senza problemi l’italiano e nel capoluogo ha ancora i suoi amici. «Da piccolo frequentavo la scuola elementare alla Calvino di via Capelli, avevo iniziato a fare karate. Ora vorrei tornare in Italia e riprendere a studiare. Mi mancano gli amici, i miei genitori, tutto ciò che ho lasciato». E il Mali? «Un giorno ci tornerò, almeno è quello che spero, ma adesso sogno solo di ritornare in Italia».
Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it








