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Moussa riabbraccia Sissoko sotto i portici di Torino: “Lui in strada, io lavoro: voglio aiutarlo”

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«È davvero lui? È lui!». In corso Vittorio Emanuele due uomini si corrono incontro e si abbracciano come bambini. Uno veste in giacca e camicia, fa l’operaio metalmeccanico e stamattina (lunedì 26 ottobre) s’è alzato alle cinque in punta di piedi per non svegliare moglie e i due figli piccoli. È partito da Biella in treno per arrivare alle nove in punto a Torino. L’altro ha la felpa macchiata e trema per il freddo. Ha passato la notte in un giaciglio sotto i portici. «Amico mio, ma dov’eri?».

Partiti dal Mali per scappare alla guerra civile

Dieci anni fa – a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro – entrambi sono partiti dal Mali per scappare alla guerra civile. Hanno attraversato prima l’Africa e poi il Mediterraneo per cercare fortuna in Italia. Le loro strade si sono incrociate in un centro di accoglienza straordinaria della periferia di Torino. Poi il destino li ha separati. Lo stesso destino che ha portato Moussa Maiga, 32 anni, a trovare lavoro e a metter su famiglia nel Biellese. E che ha portato invece Sissoko Ouidari, 43 anni, a dormire per strada. «Tutto per un documento – dice Maiga – che io ho ottenuto e lui no. Il motivo? Ho avuto la fortuna di trovare un lavoro a tempo indeterminato. Sissoko non ce l’ha avuta».

«Voglio imparare la lingua e lavorare, non chiedo altro»

Della sua storia La Stampa aveva parlato lo scorso 4 ottobre, intervistando il volontario misterioso che ogni settimana si offriva di insegnargli l’italiano in un bar di corso Vittorio. «Voglio imparare la lingua e lavorare, non chiedo altro» diceva Sissoko. Quando ha riconosciuto il volto dell’amico sul giornale, si è attivato per rintracciarlo. In corso Vittorio ci è arrivato a sorpresa, senza sapere se avrebbe trovato o meno l’amico.

«All’arrivo in Italia Sissoko era il mio unico amico»

«Lavorare era l’unico sogno di Sissoko» continua Maiga. Che nel frattempo è anche diventato vicepresidente della comunità maliana di Biella: «Voglio aiutarlo a rialzarsi e a trovare un lavoro. Glielo devo. Quando siamo arrivati in Italia, Sissoko era il mio unico amico». I due condividevano la stessa stanza del centro di accoglienza straordinaria di Settimo Torinese. «Non avevamo neanche i soldi per comprare una sim e avvertire le nostre famiglie in Mali che stavamo bene – ricorda Maiga –. Un giorno Sissoko mi dice: “Vado a Porta Palazzo quando il mercato è finito, e rovisto nell’immondizia a cercare qualcosa da vendere”. Era tornato a Settimo con tre paia di scarpe usate, le aveva vendute a due euro l’uno. Con quei sei euro ci sentivamo ricchi. Li avevamo usati per comprare la sim».

«Ha tentato due volte di avere il permesso di soggiorno»

Sei euro. La stessa somma che adesso Sissoko fatica a racimolare. Servono al figlio che ha lasciato in Mali per comprare un libro e uno zaino. «Era disperato, non ce li aveva» racconta Maiga con le lacrime agli occhi. Eppure Sissoko ci ha sempre provato, finché ha potuto farlo. «Ha tentato due volte di avere il permesso di soggiorno – continua Maiga – e non ce l’ha fatta. Ha provato ad andare in Francia». Per una mattina, però, i due non vogliono pensare ai guai. Alla caffetteria Victor, la stessa che ospita le lezioni di italiano di Sissoko, bevono caffè e chiacchierano dei tempi andati. All’una, Maiga si alza e stringe la mano all’amico: «Devo tornare a Biella, i figli mi aspettano». I due si scambiano il numero con la promessa di rivedersi: «Devo aiutarlo come lui ha aiutato me quando siamo arrivati a Torino e avevamo davanti solo un sogno. Perché tutti gli immigrati hanno un sogno che si realizza o no. La differenza la fa solo il destino»

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