Muttoni assolto: “Io, giudicato prima dei tribunali: per anni amici scomparsi e telefono muto”

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«Trattato come un mostro da chi lavorava con me da una vita. Ma sapere di essere una brava persona mi ha dato la forza». Tre giorni fa l’assoluzione di Giulio Muttoni per “Bigliettopoli” è diventata definitiva. Undici anni fa il “re dei concerti” ha visto la sua carriera sgretolarsi. Undici anni di battaglie legali e 38 mila intercettazioni. Ma rimane «un ottimista».

Libero. Come si è sentito?

«Felice, tranquillo. Ma non nascondo un po’ di amarezza. Ho dovuto rinunciare alla mia attività professionale, chiudere tre aziende, le due principali multinazionali con cui lavoravo mi hanno abbandonato dalla mattina alla sera, con una telefonata».

Solo una chiamata?

«Sì, tra l’altro nemmeno a me, ma a mio figlio. Con Philipp Morris collaboravo da 40 anni, ed è ironico che mi abbiano fatto fuori subito, senza aspettare nemmeno l’udienza preliminare».

Perché ironico?

«Perché io li avevo aiutati assumendo 10 loro dirigenti, quando avevano problemi con lo Stato italiano».

Chiederà i danni?

«Sì, sulla mancata buona uscita; lo farò anche con Live Nation che mi ha sbattuto fuori da Parcolimpico. Avrebbero potuto farmi lavorare ancora due anni e poi non vedermi più: in quel momento mi servivano entrate, ho perso centinaia di migliaia di euro in spese legali».

Com’è iniziato tutto?

«Con l’interdittiva antimafia, nel 2015. Io sono stato indagato in quattro inchieste: Bigliettopoli, la questione Palavela e due volte per associazione mafiosa. Un reato gravissimo, infamante. Ero entrato in un mulinello che non riuscivo nemmeno a comprendere».

E ha perso il suo lavoro.

«Sì, quando hai una accusa di corruzione nessuno vuole più lavorare con te, nemmeno le banche davano credito. Ne ho girate 7 per aprire un conto a Torino. Il tutto non appena sono usciti i titoli di giornale».

Si è spiegato perché è successo tutto questo?

«Forse la mia amicizia con Stefano Esposito, ai tempi un personaggio scomodo, o la gestione dei siti olimpici senza mai baciare le pantofole “giuste”. L’unica fortuna è che nel 2019, al primo avviso di garanzia, avevo 66 anni».

Una pensione obbligata…

«Già, intaccando i risparmi, mentre il conto scendeva senza vedere entrate. La mia famiglia ha dovuto cambiare il proprio stile di vita».

Come hanno reagito?

«Sono stati meravigliosi. Mia moglie Patrizia, anche quando mi vedeva più turbato, non ha mai smesso di dirmi “Amore, non mollare”».

Per questo non ne è uscito distrutto?

«Sì, ma la forza è arrivata anche dal sapere di non aver fatto nulla di male. All’avvocato Siggia dissi: “Dobbiamo combattere, non ho fatto niente”; lui rispose: “Ho letto tutto, sono dalla tua parte”. E poi io sono sempre stato un ottimista: quando inizi ad avere i primi amici storici che hanno problemi di salute, ti dici “poteva essere un infarto o un tumore”. Insomma: mi muovo, ho una bella famiglia, cerco di vedere il lato positivo».

Mai momenti bui?

«Certo. Ma a un certo punto ho smesso di pensarci, ho fatto uno switch. I primi due mesi credo di essere stata la persona più noiosa al mondo per i miei amici, parlavo solo di questo: poi ho pensato che, se volevo che qualcuno continuasse a invitarmi a cena, dovevo ricominciare a parlare di arte e cultura».

Lei conosceva tutti, Torino come ha reagito?

«Qualcuno mi è stato vicino, molti sono scomparsi. Le intercettazioni sono come la lebbra: sono passato da 500 chiamate al giorno a cinque. Ho sfoltito la agenda».

Intercettato 38 mila volte.

«Non ho mai dato molto peso alla privacy, poi certo si prova fastidio nel pensare alle conversazioni con moglie, i miei figli. Ma come diceva buonanima di mio papà: “Fai sempre quello che vuoi, ricordati di non fare cose di cui potresti vergognarti davanti a chi ami”. Non mi vergogno di una singola chiamata. Al massimo, si saranno annoiati».

Cosa pensa ora della magistratura?

«Tutto il bene possibile. Penso male dei tempi della giustizia: una storia come la mia doveva chiudersi in un anno, non in 11. E un po’ anche della polizia giudiziaria: con me ho visto grande accanimento. Posso dirlo? Ho visto cattiveria».

E del pm Colace, trasferito a Milano con funzioni civili?

«Non provo gioia per le disgrazie altrui. Penso solo che le regole debbano valere per tutti, anche per chi va contro la Costituzione. Ma, a dirla tutta, provo indifferenza».

Adesso cosa farà?

«Ormai sono in pensione, sarebbe sciocco provare a rientrare in quel mondo. Ma chiederò giustizia verso chi mi ha cancellato e trattato come un mostro, nonostante un rapporto quotidiano fatto di amicizia, confidenze e attenzioni su problemi personali. Mi hanno condannato prima dei giudici, sono stati la Cassazione. Dalla sera alla mattina».

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