E quindi ora c’è quest’uomo, il democratico James Talarico, che girando con il suo breviario su e giù per il Texas, spaventa i red neck intenti a fare il tiro al piattello: sui poligoni improvvisati nel retro delle case appena fuori dalle grandi città, e dentro i computer, col caricatore pieno di risentimento. Con la vecchia ricetta del capro espiatorio, che da un paio d’anni a questa parte ha messo nel mirino immigrati, transgender, e tutto ciò che non è bianco o non sta dentro i confini della nazione. Finché è arrivato, qui in Texas, quest’uomo che ha studiato per diventare pastore che di colpo dà l’illusione a uno Stato repubblicano di cambiare colore.
l’analisi
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dal nostro inviato Alberto Simoni
Per dirne devo usare il mezzo che mi è più proprio, e raccontare una storia.
Per settimane, quasi ogni giorno, due anni fa siamo andati in pellegrinaggio a vedere un presepe non lontano da casa. Si trattava di fare una passeggiata di qualche isolato, camminare oltre il parchetto dei cani, e poi ritrovarci davanti alla capanna dove Gesù bambino era già nato anche se non era ancora Natale. Nessuno di noi ci credeva davvero, ma avevamo due figli piccoli e ci sembrava un atto di senso, quello di mostrare loro questa piccola scena, con animali, bambini e doni offerti nel gelo.
E ci sembrava anche un modo per contrastare la dissonanza tra i pantaloncini che indossavamo, le creme solari a dicembre, e la solita scena del Natale con la neve che cade. Per cui uscivamo e ce ne andavamo lì a salutare Gesù – che era il modo in cui veniva preannunciata la passeggiata. Oltre al non crederci troppo, c’era anche un altro fatto che noi genitori dovevamo ingoiare prima di infilarci le scarpe. Ed era che quella casa – con suv parcheggiato e grill pronto all’uso in giardino – era la casa trumpiana del nostro quartiere.

Non che si staccasse particolarmente dallo sfondo, visto che di suv e grill già predisposti ce ne sono in quasi tutte le case del circondario, ma questa aveva un cartello, fissato alla staccionata, che portava la scritta “Trump will fix it”. Trump lo aggiusterà. E anche se non si capiva esattamente cosa volesse aggiustare, era chiaro che gli inquilini avrebbero fatto di tutto perché Trump davvero lo facesse.
Ma i nostri figli ai tempi non sapevano leggere, per cui noi ingoiavamo tutto quello che c’era da ingoiare e andavamo a vedere il presepe nella capanna. Da cui – va detto – partiva un filo elettrico che raggiungeva la casa e poi come un serpente si infilava sotto la porta e raggiungeva la presa. Che era la stessa che accendeva l’immenso albero di Natale che occupava l’intera finestra, come a occluderla a protezione del quartiere progressista dove avevano scelto di stare.
Poi Natale passò, finì pure l’anno e tutte le luminarie delle altre case tornarono dentro i garage. Di tutte le decorazioni del quartiere rimase però solo il presepe. Il che fece la gioia dei nostri bambini e la nostra perplessità. Arrivò febbraio, poi marzo, poi il sole prese a picchiare ancora più forte. Ma Gesù bambino stava lì a rosolare, la capanna prendeva polvere e pioggia, e il filo elettrico continuava ad alimentare la stella.
Poi si fece maggio, cominciò la stagione della pioggia e degli uragani, che si abbatterono su Houston e sul Texas. E sul bambinello davanti alla casa trumpiana. Arrivò l’estate – quella vera -, tutti ci asserragliamo nell’aria condizionata, chi ne aveva la possibilità partì per località in cui il clima era meno ostile. Quando tornammo, le passeggiate erano impraticabili ma continuammo a vedere il presepe dal finestrino, passandoci accanto per le faccende domestiche. Poi arrivò l’autunno e riprendemmo a salutare Gesù. Con meno entusiasmo, e qualche diffidenza in più per quanto, a furia di essere esposto alle intemperie, finiva per essere trascurato.
Scollinammo un nuovo anno e un altro Natale, e il presepe prese ad agonizzare. Non il suv e non il grill, l’uno sempre lavato, l’altro che andava a pieno regime. E nemmeno la scritta – “Trump will fix it” – e di colpo ci sembrava comprensibile cosa andasse aggiustato: il presepe con i magi cappottati dall’ennesimo temporale. Arrivò una nuova estate, e sparì anche il Gesù bambino, ci chiedemmo se fosse stato rubato oppure portato dentro a lavare. Verosimilmente la seconda, visto che poi ricomparve dentro la culla pulito, mentre a uno dei pastori accorsi in omaggio venne tagliata la testa.
Ora, naturalmente, a quel punto ci era chiaro perché il presepe restasse lì fuori così a lungo. Ci fu chiara che quella non era incuria ma ostinazione, e ancora più che ostinazione era il modo che avevano per fare la loro guerriglia di idee, se così si può dire, dentro la nostra zona. Cioè brandire il presepe, lanciare la natività contro il popolo woke. E dunque lasciare Gesù bambino in trincea, sotto il sole e sotto gli uragani, come un’accusa a noi che votavamo diverso.
Ora, i due bambini intanto sono cresciuti, e insieme il fine settimana guardiamo la serie A. Niente passeggiate, minori miracoli promessi – soprattutto tifando la Roma – e però il nostro modo di asserragliarci dentro un comodo stereotipo italiano. Io sono più impaziente, quando guardo le partite: mi alzo, vado in cucina, ritorno con una ciotola di anacardi, rifornisco acqua per tutti. E ogni tanto però perdo il controllo del mezzo, per cui parte la pubblicità. E insomma sabato, mentre trafficavo nel frigo, sento che la pubblicità anti James Talarico è partita, e so dove andrà a parare perché l’ho vista decine di volte: dirà che Talarico cambierà il sesso ai nostri bambini, che trasformerà in femmine i maschi e poi li farà entrare nei bagni destinati alle donne.
Raggiungo il computer appena in tempo per far tacere la tiritera prima che parta, mentre mio figlio mi chiede chi sia questo James Talarico – con la faccia un po’ infastidita, perché ha interrotto la Roma e perché nel video sembrava un vampiro. E intanto quella pubblicità interrompe il football americano dentro le televisioni di tutti i texani, e le partite dell’Nba dentro le case con il suv parcheggiato e il grill già pronto a grigliare in giardino. E mentre spedisco mio figlio a riportare al fratello un piccolo teschio di Halloween che gli aveva rubato e di cui l’altro reclama la restituzione, il video sul democratico James Talarico finisce di scorrere sul computer. Poi finisce anche la partita, prendiamo la bicicletta e ci mettiamo a pedalare per il quartiere. E il presepe è ancora lì, ormai mortificato da due anni di intemperie. Il modo in cui Talarico vuole riprendersi il Texas è di offrirgli un riparo.
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