Nino D’Angelo: “Divento cittadino onorario di Sarno grazie alla mia canzone più impegnata”

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Tra il 5 e il 6 maggio del 1998, dopo 72 ore di pioggia, una gigantesca frana investì i comuni di Sarno, Quindici, Bracigliano, Siano e San Felice a Cancello, tra Salerno, Caserta e Avellino. Morirono 161 persone. L’allora sindaco di Sarno, che andò a processo insieme a un suo assessore, fu prima assolto dall’accusa di omicidio colposo e poi condannato dalla Corte di Cassazione per condotta passiva nella gestione della frana, annullando così la precedente assoluzione. Ha scontato, lavorando ai servizi sociali, due dei cinque anni che gli erano stati assegnati come pena.

A Sarno, la targa sulla facciata del comune che commemora la tragedia, diventata uno dei simboli del dissesto idrogeologico italiano, riporta la poesia San Martino del Carso, del 1916, che finisce così: «È il mio cuore il paese più straziato». È una delle poesie di guerra di Ungaretti. I versi sull’alluvione di 28 anni fa, invece, li ha scritti Nino D’Angelo, nella canzone ’A muntagna è caduta, che uscì poco dopo, e per la quale, oggi, il cantautore riceverà a Sarno la cittadinanza onoraria.

Sa che, due anni fa, la stessa onorificenza è stata assegnata ai vigili del fuoco?
«Non lo sapevo e questo mi rende ancora più fiero e commosso. E penso che i vigili del fuoco la meritino molto più di me: uno di loro, Marco Matteucci, morì durante i soccorsi. Io ho solo scritto una canzone, che reputo ancora una delle mie migliori».

Più diGiacca e Cravatta?
«Non lo so: sono affezionato a entrambe, ma per ragioni diverse. A muntagna è una canzone civile, che ho scritto sull’onda di un’emozione fortissima, quasi uno shock. In quei giorni registravo il mio disco Stella ’e Matina (il disco del ’99 con dentro Senza Giacca e Cravatta, appunto, ndr), e tornavo a pranzo a casa con i miei musicisti. Vidi al Tg le immagini della frana e rimasi sconvolto. A Sarno, da ragazzo, andavo suonare spesso nelle feste di piazza. Ai paesi italiani tutti noi musicisti dobbiamo almeno una cosa: nelle loro piazze abbiamo imparato a stare su un palco, nessuno arriva agli stadi senza essere passato da lì. Sono tutti paesi bellissimi, e mi capitato più di una volta, andandoci, di ritrovarmi a chiedermi come riuscissero a stare in piedi: quasi sempre c’era un qualche gigantesco abuso edilizio. Come a Niscemi».

Su Niscemi non ha pensato di scrivere niente?
«No, ma ho pianto. E mi ha ricordato Sarno».

Dopo l’alluvione, ci andò?
«No, e me ne sono pentito. Non lo feci perché temevo che potesse sembrare che strumentalizzassi la tragedia per farmi pubblicità. Sono consapevole di perdermi molte cose per il terrore della strumentalizzazione, ma è un meccanismo che a volte scatta autonomamente ed è difficilissimo da controllare. L’anno scorso si è suicidato un ragazzo di 14 anni, a Latina, perché non sopportava più di venire deriso e bullizzato per via del suo aspetto che ricordava me da giovane. Molti giornali e tv mi avevano chiamato per parlarne e io mi sono rifiutato».

Mi parli di questo verso: So’ furmiche sott’o cielo tutte ’nzieme a cercà ’a vita, comme fosse ’na mullica ca nun se fa piglià.
«In tv si vedevano persone che scappavano, sembravano formiche in cerca di pezzi di pane. Volevo rendere l’ingiustizia di una tragedia che non era un caso, che aveva precisi responsabili e responsabilità: amministratori sciatti, politica senza senso della giustizia».

Sa che il sindaco di allora è stato condannato?
«Ma mi risulta che non abbia fatto neanche un giorno di galera. In Italia è sempre tutto condonato, di fatto vige l’anarchia. L’abusivismo non ha freni, e certamente è colpa anche dei cittadini, ma penso anche che acluni di loro non sappiano di fare un illecito. Non si viene educati a questo così come non si viene educati a una coscienza ecologica: io stesso da alcuni anni mi chiedo quali miei comportamenti siano nocivi per l’ambiente. Mi piacerebbe venire informato meglio. Vorrei che il governo desse a tutti i cittadini uno strumento in più per non offendere il cielo e il mare. Sono cattolico, penso che la terra ci sia stata donata perfetta e che noi l’abbiamo rovinata».

Ieri su questo giornale Luca Monticelli ha scritto che dal Pnrr l’Italia ha preso solo 2 miliardi per investire in prevenzione del dissesto idrogeologico.
«Pure un ignorante come me capisce che sono briciole».

Scenderebbe in piazza a protestare?
«Mi espongo molto sui social. Ho pubblicato la bandiera palestinese sul mio profilo più di una volta e ho detto come la penso: è un genocidio. Sono un nonno, non posso tollerare che vengano ammazzati dei bambini».

Ci faccia una canzone.
«Un disco sulla guerra l’ho già fatto: Il ragù con la guerra, nel 2005. Ora sono cinque anni che non scrivo una canzone, forse perché siamo tutti troppo arrabbiati, e non è un’atmosfera che mi ispira: mi spaventa e basta. E poi adesso le canzoni vere non le scrive più nessuno».

Cos’ è una canzone vera?
«Una che scrivi senza pensare di scalare le classifiche. Non che non serva un talento anche per quelle, io ne ho scritte tante, e sono grato al successo commerciale, Nu jeans e Na magliettami ha cambiato la vita, ma non mi piace e non mi emoziona come i pezzi che ho scritto perché volevo dire quello che provavo e che per me era giusto».

Cosa pensa di Delia che al concerto del Primo Maggio ha cantato Bella Ciao senza la parola partigiano?
«Che ha tolto la parola più bella, oltre che quella che dà senso al brano. Le canzoni non si toccano, non si riscrivono: si possono solo interpretare. E, per farlo, bisogna rispettarle».

Sal Da Vinci le piace?
«Siamo amici. Sono felice del suo successo, ma la canzone con cui ha vinto Sanremo non è tra le sue migliori».

Tornerebbe al Festival?
«No. Non mi piace più. Amadeus ha aperto ai giovani, ma ho anche notato che molti di loro sul palco dell’Ariston ci sono saliti solo una volta. Se non sono tornati, un motivo ci sarà, no?».

Il rap le piace?
«Non particolarmente. Ma ne apprezzo il valore e le intenzioni, anche se mi sembra che ultimamente si siano un po’ smarrite. Mi piace molto Madame. Resto affezionato al cantautorato».

Lei è di nuovo in tour con lo spettacolo: I miei meravigliosi anni 80. Le date quasi tutte sold out. Un’altra volta.
«Perché la gente sente che io sono uno di quelli che era destinato a restare invisibile. E che invece ho lottato per fare un passo in più, ma non sono poi così cambiato. Ero povero e ora sono ricco, e non dimentico le mie origini: ne vado fiero. Ai miei concerti è pieno di ragazzi e questo mi sbalordisce. Quando ho iniziato ero il più giovane sempre: sul palco, nei teatri, in studio. Ora sono il più vecchio. Molti dei ragazzi che vengono a trovarmi mi sembrano soli. Vorrei fare qualcosa per loro e per i loro genitori: ci vorrebbe una scuola per le madri e i padri».

Altri appelli o consigli?
«Sì, al governo: non dimenticate Sarno, non dimenticate la grande fragilità di questo Paese».

Una cosa che le piace?
«Le migrazioni».

Una che la rende felice?
«I miei nipoti».

Un’altra?
«La gente, quando sta bene, fa stare bene anche me».

Cosa sogna?
«Un mondo di uguali».

Cosa non sopporta?
«Che molti ragazzi nelle nostre belle città non abbiano diritto allo studio. Anche io non l’ho avuto e ne ho sofferto. Goffredo Fofi, mio grande amico, quando non sapevo una cosa mi rimproverava e mi urlava di andare a studiare».

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