“Noi in carcere e il mandante è libero”, lo sfogo che incastra Lavitola

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«Fanno i boss con il culo degli altri», «Quello butta gli altri avanti e lui si prende i soldi». È la rivolta del commando, assoldato per piazzare una bomba davanti a casa del giornalista Sigfrido Ranucci, ad incastrare il faccendiere, imprenditore, ristoratore Valter Lavitola, accusato di essere il mandante dell’attentato. I tre sicari, arrestati dai carabinieri del nucleo investigativo di Roma il 30 giugno, da Rebibbia seguono ogni sviluppo dell’indagine. Si informano dagli altri detenuti e non perdono nessun programma sull’argomento. Loro sono in cella, Lavitola invece è libero e rilascia interviste e dichiarazioni. Non solo. Gomes Tavares Clesio, l’uomo che li avrebbe reclutati, è in fuga e la promessa della tutela legale non è stata mantenuta. I tre, si legge nelle carte dell’inchiesta, non nascondono «malumori e crescente insofferenza» per una situazione in cui «chi sta sopra decide, arruola e resta impunito. Chi esegue, invece, sopporta il rischio delle conseguenze penali e quindi anche il carcere».

Il primo sfogo, considerato dagli inquirenti «genuino e spontaneo», risale al 4 luglio. Lavitola viene indagato, la sua abitazione perquisita e il suo profilo rimbalza da un servizio televisivo all’altro. I membri del commando «esplodono in una clamorosa manifestazione di giubilo, applaudendo e incitandosi a vicenda» e non hanno più remore a «chiamarlo in correità».

La rabbia dei boss

Pellegrino D’Avino, considerato dagli inquirenti uno dei capi del gruppo, tuona: «Te la insegno io la legge e la insegno pure a quest’uomo di m****. Tanto c’è scritto nome e cognome. È uscito». In cella e nella sala comune di Rebibbia, intercettato dagli investigatori, non nasconde la rabbia per essere stato trascinato in una vicenda che ora lo costringe «a prendere la galera come uno scemo», mentre chi l’ha assoldato è libero. Gli fa eco un altro membro della banda, Saverio Mutone, che commentando i guai di Lavitola, sostiene: «Lo dovevano arrestare subito. Era pure già finito dentro per estorsione». Rabbia e sdegno: «Butta gli altri avanti e si prende i soldi». Lavitola, si legge negli atti d’indagine, viene descritto come «colui che dirige dall’alto, spinge altri a esporsi in prima persona e conserva per sé il vantaggio economico e strategico dell’operazione».

«Il mandante è libero, noi non siamo nessuno»

Il ristoratore, in quei giorni, è ancora libero e la banda si domanda per quale motivo, a parità di reati contestati, la loro sorte sia stata diversa. Mutone chiede a un detenuto: «Scusami un attimo, i reati. .. e non vai carcerato? Cioè capisci? Tu che sei il mandante e sei ancora a piede libero». I tre riflettono su come Lavitola «disponga di conoscenze e capacità difensive ben superiori alle loro». Affermano: «Non siamo nessuno». E nell’ordinanza, la loro amarezza è riassunta così: «Avvertono un senso di inferiorità, percepiscono di essere stati sacrificati da soggetti più forti e protetti». La loro rabbia «si traduce in una sorta di rivendicazione criminale: non solo il reclamo del denaro, ma anche la minaccia implicita di far emergere ciò che sanno, nel caso in cui il patto di protezione non venga rispettato».

«Fuori andiamo a casa sua»

Lavitola, durante l’interrogatorio davanti ai magistrati, non risponde alle domande: «Questo – commentano i tre – non è uno scemo. Ha i ristoranti a Roma. Adesso sta a lui… a come si deve comportare». L’insofferenza, però, cresce e alcuni della banda lo dicono chiaro: «Quando usciamo da qua dentro, ci mettiamo in auto e andiamo a casa di quello che ci deve ritornare i soldi. Perché non abbiamo fatto gli scemi di quello. Punto e basta! ».

L’altro ieri, Lavitola è stato arrestato e ora si trova anche lui in carcere a Rebibbia. Tra il ristoratore e il gruppo è stato disposto il divieto di incontrarsi.

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