Home Business “Odio i disabili”. Come bruciare la dignità a scuola

“Odio i disabili”. Come bruciare la dignità a scuola

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Immaginate la scena, perché distogliere lo sguardo sarebbe già la prima forma di complicità. Uno spogliatoio scolastico, l’odore acre del sudore mescolato a quello di disinfettante a buon mercato. Non siamo in un film e soprattutto non siamo in una periferia degradata raccontata da una serie cupa di Netflix, ma tra i corridoi dell’istituto alberghiero “Arturo Prever” di Pinerolo, dove si dovrebbe insegnare l’arte dell’accoglienza. Invece è andato in scena l’orrore: un ragazzo con disabilità messo all’angolo, immobilizzato, deriso. Poi il click metallico di una rotella zigrinata, la scintilla, e una fiamma viva che morde la carne viva del suo braccio. A fare da colonna sonora non c’era la scusa della rabbia cieca di una rissa, ma una frase scandita con agghiacciante lucidità, che brilla per profondità filosofica e raffinatezza dialettica: «Odio i disabili».

Cinque sillabe per cancellare mezzo secolo di civiltà. Ma se pensate che il fondo del baratro sia questo, vi sbagliate. Il vero abisso comincia un metro più in là. Comincia negli occhi degli altri studenti presenti. Nessuno che afferri il polso dell’aggressore, nessuno che urli, nessuno che si metta in mezzo. In compenso, spunta uno smartphone: con l’irresistibile prontezza dell’aspirante regista da social network, qualcuno inquadra la scena per immortalare l’umiliazione in 4K, pronto a barattarla per tre visualizzazioni e un pugno di pollici alzati. E a chiudere il cerchio di questa sublime catena educativa ci pensano i genitori del piccolo piromane: convocati d’urgenza dalla presidenza, hanno pensato bene di non presentarsi. Troppi impegni, evidentemente; del resto, chi ha tempo da perdere con simili inezie quando c’è da coltivare il futuro della nazione? Davanti a questo fermo immagine sorge un interrogativo lacerante, che dobbiamo avere il coraggio di porci senza ipocrisie: è più grave l’atto in sé — vile, feroce, dichiarato nel suo odio da baraccone — o il fatto che nessuno dei presenti sia intervenuto se non per accendere la fotocamera?

La violenza del singolo è un crimine, ma l’omertà e la complicità voyeuristica del gruppo sono la spia di un collasso morale. Chi filma non è un cronista imparziale della Storia: è un complice a batterie cariche. Chi punta l’obiettivo senza muovere un dito partecipa, amplifica e applaude in silenzio l’abuso. L’indifferenza di chi resta a guardare è il concime perfetto su cui fiorisce l’odio; è la rinuncia deliberata all’empatia che trasforma una classe in una platea di spettatori paganti al Colosseo, col pollice pronto a decretare la condanna a favore di algoritmo. I nostalgici del ghetto: la favola reazionaria delle classi separate Se questo è il clima nelle scuole, non possiamo fingere che nasca dal nulla. I giovani respirano l’aria che gli adulti avvelenano.

E in questo panorama già desolante, tocca assistere alle sortite di certi movimenti politici e tribuni d’accatto che ciclicamente rispolverano l’idea più stantia del secolo scorso: reintrodurre le classi separate. La vendono con la consueta ipocrisia paternalistica, spacciandola per una “grande novità”, una “misura di buon senso”, o addirittura una pensata geniale «per la salvaguardia e la serenità degli alunni disabili». Ma salvaguardia da cosa, esattamente? E soprattutto, da chi? Forse dalla dabbenaggine di chi lancia certi ritorni al passato? O forse da un sistema educativo che preferiscono amputare anziché finanziare? Chiamiamo le cose con il loro nome: non è tutela, è segregazione da saldi di fine stagione. È l’antico istinto di spazzare la polvere sotto il tappeto, di rinchiudere chi è percepito come “diverso” o “frenante” per non disturbare la marcia trionfale della classe dei presunti normali. Chi teorizza oggi il ripristino di recinti e ghetti scolastici, sotto la maschera ipocrita dell’attenzione ai più deboli, non sta proponendo una soluzione pedagogica: sta offrendo una patente di legittimità culturale all’odio. Se ai piani alti si predica la separazione dei corpi per comodità, non c’è da stupirsi se nei sotterranei di una scuola qualche adolescente si sente autorizzato a impugnare un accendino contro chi non rientra nei suoi ridicoli standard di perfezione. Purtroppo, la prodezza di Pinerolo non è un fulmine a ciel sereno. Si inserisce in una scia di episodi che ciclicamente scuotono il Paese, rivelando quanto l’abilismo più tossico sia ancora radicato tra i banchi, a dispetto dei fiumi di retorica sull’empatia digitale dei nativi tecnologici.

Come dimenticare il caso di Torino del 2006, quando uno studente con sindrome di Down fu insultato, schiaffeggiato e costretto a subire angherie dai compagni mentre un video finiva online, scatenando un dibattito nazionale senza precedenti sulla responsabilità delle piattaforme e della scuola? O i fatti di Roma, di Napoli, di Pavia, dove a più riprese adolescenti con disabilità intellettiva o motoria sono stati isolati nei bagni, derisi, spinti o trasformati in fenomeni da baraccone a uso e consumo delle chat di classe?

Ogni volta assistiamo allo stesso desolante copione: il leone di turno colpisce la fragilità altrui per sentirsi, per un quarto d’ora, un vero maschio alfa; il cerchio magico dei compagni assiste ipnotizzato o complice; e la vittima resta sola con il proprio trauma. È una dinamica che fa a pezzi la narrazione edulcorata della nostra società moderna, «sensibile» e «inclusiva», ricordandoci che spesso tutta questa avanguardia culturale si ferma non appena si chiude la porta di un bagno scolastico. Ciò che rende questi rigurgiti reazionari ancora più grotteschi è che l’Italia ha scritto, sul piano normativo e pedagogico, alcune delle pagine più rivoluzionarie d’Europa sull’inclusione scolastica. Mentre altrove si discuteva ancora se fosse il caso di far sedere tutti nella stessa stanza, noi smantellavamo i recinti.

Pinerolo, studente in difficoltà ustionato a scuola: «Odio i disabili». Nessuno interviene

Fino agli anni Sessanta, gli alunni con disabilità erano condannati alla segregazione: confinati nelle cosiddette «classi differenziali» o negli istituti speciali, lontani dagli sguardi delle persone «normali», considerati un intralcio alla marcia trionfale dei programmi ministeriali. Fu una lunga stagione di battaglie civili a scardinare quell’apartheid pedagogico:” La legge 118 del 1971 aprì per la prima volta le porte delle classi comuni agli allievi con disabilità, sancendo il principio rivoluzionario che l’istruzione dovesse avvenire nella scuola di tutti e per tutti. Il punto di svolta arrivò nel 1977 con la storica legge 517, figlia dell’intuizione di Franca Falcucci: vennero cancellate le classi differenziali, introdotta la figura dell’insegnante di sostegno e stabilito che la scuola italiana non avrebbe più selezionato i «migliori» scartando gli altri, ma avrebbe accolto ciascuno secondo le proprie potenzialità. Un modello che il resto del mondo ci ha invidiato per decenni. Negli anni Novanta, quel cammino trovò compimento nella legge quadro 104 del 1992, che ha blindato i diritti delle persone con disabilità in ogni ambito: dal Piano Educativo Individualizzato (PEI) all’accessibilità, fino all’integrazione sociale e lavorativa. Cinquant’anni di evoluzione legislativa, di conquiste sociali e di battaglie civili: liquidare tutto questo con l’idea di resuscitare i recinti speciali significa tradire le nostre radici costituzionali per pura pigrizia politica. Oggi l’ordinamento dispone di strumenti chiari per far comprendere a questi aspiranti bulli che il mondo reale ha conseguenze ben più tangibili di un ban temporaneo su TikTok. Sotto il profilo penale, l’aggressione di Pinerolo configura il reato di lesioni personali (art. 582 c.p.), aggravato non solo dai futili e abietti motivi (art. 61 c.p.), ma dalla specifica aggravante introdotta con la legge 104/1992 (art. 36), che punisce con particolare severità qualsiasi delitto commesso ai danni di persone con disabilità certificata. Non si può poi ignorare il perimetro della legge 71/2017 contro il cyberbullismo: chi filma e diffonde video denigratori non è un reporter d’assalto, ma risponde direttamente della violazione della dignità e della privacy altrui, con tanto di ammonimento del questore e responsabilità civili che andranno a bussare — guarda caso — proprio alle porte di quei genitori che oggi disertano i colloqui scolastici. Le sanzioni disciplinari dell’istituto — fino all’allontanamento definitivo — sono il minimo sindacale. La denuncia immediata ai Carabinieri da parte della dirigenza scolastica è l’unica risposta istituzionale seria: nessuna ipocrita difesa dell’«onore della scuola», nessun tappeto sotto cui nascondere la polvere.

Punire, tuttavia, è solo la riparazione d’emergenza. Non possiamo limitarci al codice penale se attorno continua a prosperare il deserto dei valori. Di fronte a un quindicenne che proclama con fierezza «odio i disabili», la risposta non può essere un buffetto sulla guancia o la solita predica domenicale. E di fronte a chi propone di nascondere le fragilità in aule ghetto, la risposta dev’essere un «no» chiaro e irrevocabile. Non possiamo permettere che la vittima di questa barbarie viva nell’ansia di rimettere piede in aula. Quel ragazzo deve tornare a scuola a testa alta, non accompagnato da sguardi di commiserazione, ma scortato dalla solidarietà compatta di una comunità che sa da che parte stare. Chi deve abbassare lo sguardo, chi deve provare una vergogna bruciante, non è chi ha subito la violenza: sono l’aggressore, i suoi compiacenti cameraman, chi ha dimenticato di fare il genitore a casa e chi, dai palazzi della politica, soffia sul fuoco dell’esclusione. Alle famiglie tocca una sveglia brutale: smetterla di considerare i propri pargoli come capolavori intoccabili da difendere contro i professori cattivi, e iniziare a spiegare loro che dare fuoco a un compagno indifeso non fa di loro dei duri, ma dei miserabili.

Agli studenti serve ricordare che il vero coraggio non consiste nel ridacchiare in branco dietro un obiettivo, ma nell’avere la schiena dritta per dire «adesso basta» e bloccare il braccio di chi colpisce. L’inclusione non è il lavoretto con i cartoncini colorati da esibire durante la giornata mondiale della disabilità «L’inclusione si misura esattamente lì, nel buio di uno spogliatoio, quando nessuno ti sta dando un voto. Ogni volta che un ragazzo sceglie di non filmare e si mette in mezzo per proteggere chi è fragile, rende onore alla nostra civiltà. Ogni volta che tira dritto per non avere problemi, ci trascina indietro all’età della pietra con la sola differenza di avere la connessione veloce. È ora di alzare la voce, pretendere rigore e ricordare a tutti che la dignità umana non è un’opzione facoltativa: chi la calpesta deve trovare davanti a sé il muro compatto della legge e la condanna inflessibile di una società che non ha alcuna intenzione di tornare al Medioevo.

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