Facevano i cannoni per la Seconda guerra mondiale, spingevano la produzione di acciaio pesante a mille, trascinavano l’America che dal 1920 agli anni Ottanta ha avuto in posti come Youngstown, Nord Est Onio, la spina dorsale della crescita. Ora molti capannoni sono decrepiti, le fabbriche dismesse, tralicci e impianti di ferro arrugginiti punteggiano le vie della città. «Benvenuti a Youngstown»: è scritto su un muro marrone di un negozio.
Dall’altra parte c’è la sede di una “incubatrice” di start up.
«È un segno che guarda al futuro, dieci anni fa – dice a La Stampa Mike Rulli, deputato repubblicano – la città era sprofondata, ora sta lentamente riprendendosi». Certo i fasti di ieri non torneranno, ma fra gli incubatori c’è per esempio Microsoft e l’università cittadina è vibrante, spiega ancora il deputato dell’Ohio di origini italiane che in vista delle Midterm fa lo scaramantico: «Dovrei farcela… ma non diamolo per scontato». Conterà sul voto della comunità italo-americana, «nel mio distretto sono il 15-17% della popolazione».
«La gente qui a Youngstown deve capire che il lavoro intenso, certo mondo operaio, la manifattura sono il passato, bisogna andare oltre, sposare la new economy e capire che i datacenter e cose simili portano lavoro, anche se non nei numeri del glorioso passato», ci dice Paul Sracic, scrittore e analista politico che ha diretto il Dipartimento di Scienze internazionale dell’Università locale.
In Ohio si vota per tutto martedì 3 novembre: governatore, deputati e Senato. Corsa in bilico questa, una delle 7 super incerte (toss up in gergo) a livello nazionale. Se i democratici ripresentano Sherrod Brown, classe 1952, già senatore fino al 2024, paladino della classe lavoratrice, tendenza anti-global, protezionista e mai proprio duro sui dazi di Trump (tranne nell’aspetto che determinano inflazione), è perché lo spirito di questo Stato industriale, città liberal, sud rurale e zone suburbane conservatrici, lo incarna bene. Guida i sondaggi, 4 punti in più di Jon Husted, repubblicano, al Senato da due anni (per sostituire JD Vance), ex giocatore di football al college e del quale Trump più che lodare le doti politiche, esalta il sedere, «l’ho esaminato, come le spalle, la mascella, è tosto», ha detto a un recente comizio. Rulli frena: «Sono pari, e Jon ha ritrovato la verve che aveva da Speaker locale». Scommette che alla fine l’Ohio resterà nella casella repubblicana anche Brianna Mack, politologa della Ohio Wesleyan University: «Alla fine Brown non ci riuscirà anche se l’Ohio è ormai da qualche anno uno Stato meno saldamente repubblicano».
Nelle ultime 48 ore l’attenzione si è concentrata sullo spot tv che Vivek Ramaswamy, candidato governatore repubblicano, ex Doge con Musk, ex rivale di Trump alle primarie 2024, ha trasmesso. Il video mostra la madre della rivale Amy Acton – con cui non ha rapporti da 50 anni – che la accusa di essere una bugiarda. La democratica aveva raccontato di aver subito abusi dal patrigno quando era appena dodicenne. Quanto peserà? Rulli: «Non aiuterà i repubblicani, ma sbagliano i democratici a pensare che questo sia il silver bullet, il colpo magico, che consegnerà Senato e governatorato a loro».
I temi chiave vanno oltre lo spot. In Ohio temono i datacenter, e come in ogni angolo di America si fanno i conti con i prezzi del diesel, del carburante e della bolletta elettrica. La benzina ha toccato i 4,45 dollari al gallone, era sotto i 2,50 prima dell’inizio della guerra. I dazi misurano la resilienza del business nel Paese, ma non tutte le aziende sono passate indenni. «Chi ci è riuscito è perché ha passato i costi sui consumatori», spiega Mack, altri «hanno semplicemente chiuso». Il lavoro resta solido, disoccupazione al 4,2%, anche se l’ultimo trimestre registra un saldo negativo di 11mila occupati. Un termometro della situazione lo si sente ad Akron, nemmeno 30 miglia da Youngstown.
Incontriamo Julie Robbins, responsabile dell’ufficio vendite della Earth Quaker Devices, nonché la proprietaria insieme al marito ingegnere dell’azienda. Hanno 35 dipendenti. Producono – da zero – pedali per chitarra di altissima qualità e hanno clienti star, come i Radiohead. Mentre ci conduce fra i macchinari e i banchi dove gli addetti compongono i prodotti – dalla scheda madre, ai chips, all’assemblaggio, la sabbiatura, il sound test e il packaging – spiega quanto i dazi di Trump pesino. «Viviamo nell’incertezza, non sappiamo cosa succederà domani». Vorrebbe assumere, «siamo indietro con le consegne», ma «non so cosa c’è dietro l’angolo». Mentre parla mostra il magazzino, ci sono bobine, viti, custodie. «Paghiamo 1000 tariffe diverse». Ogni prodotto che arriva ha diverse componenti, ognuna con una quota di dazio differente.
Il business è globale, l’import avviene da 16 Paesi anche se poi assemblaggio e design sono “Made in America” e questo aiuta a sfuggire altri balzelli. Julie ripercorre l’ultimo anno, nove mesi si era detta preoccupata di dover licenziare qualcuno. È accaduto? «Abbiamo tagliato i costi, ridotto alcune spese, ma non abbiamo per fortuna dovuto lasciare nessuno a casa». I margini però sono ridotti, la competizione aumenta e «facendo prodotti di alta qualità, se sbagliamo una volta, perdiamo per sempre». «Di certo – dice salutandosi – non posso sbagliare a votare». Lei sceglierà il ticket democratico. Ma la corsa è appesa a un filo.
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