È essenzialmente una sfida politica, non solo religiosa, quella di oggi tra Leone e Trump. In cui il Papa si erge a capo dell’altro mondo, dell’altro Occidente, che mette la solidarietà al posto dell’odio, sostituisce i ponti ai muri, spinge per la convivenza pacifica.
E ancor prima di atterrare a Lampedusa, ricorda all’attuale inquilino della Casa Bianca che l’America è la patria della libertà proprio perché è stata costruita dagli immigrati, che sono potuti entrare nel suo territorio senza trovare le frontiere chiuse.
lampedusa
Papa Leone e il monito a Trump: “America plasmata dagli immigrati”
dal nostro inviato Giacomo Galeazzi
Queste parole sono ancora più forti proprio perché vengono dal primo Papa americano: «Padre Bob di Chicago», ma anche il figlio di migranti, nelle cui vene scorre sangue creolo, che come superiore degli Agostiniani ha visitato i suoi fratelli in tutto l’emisfero, Cina compresa, e ha sviluppato i suoi personali multilateralismo e multiculturalismo, l’idea che popoli diversi possano vivere insieme nel dialogo e nella pace, ciò che è il contrario di combattersi in guerra. In questo senso la sfida di oggi del Papa, che, invitato d’onore a Washington per le celebrazioni dei 250 anni della democrazia americana, sceglie invece Lampedusa, è la continuazione, il secondo tempo di quella aperta da Trump a metà aprile, violando il rispetto per la Settimana Santa.
Quando definì sbrigativamente Leone XIV «debole con il crimine, vicino alla sinistra radicale» e lo invitò a una sorta di sottomissione: «Non era su nessuna lista per diventare Papa. È stato messo lì dalla Chiesa solo perché è americano, pensavano che questo sarebbe stato il miglior modo di rapportarsi con me».
Sottinteso, uno che in un’immagine digitale aveva trovato il modo di travestirsi da Gesù. La risposta di Prevost, era solo due mesi e mezzo fa, era stata dura ma segnata da una certa sorpresa: «Non ho paura dell’amministrazione Trump, né di parlare del messaggio del Vangelo». Ricordare questi precedenti serve a capire come Papa Leone si fosse riservata una replica più articolata, simboleggiata dal viaggio a Lampedusa. Ed è possibile che quel che dirà oggi contribuisca a una rottura sempre più profonda tra un repubblicano americano, tradizionalmente conservatore come Prevost – altro che “sinistra radicale” – e il trumpismo.
Scegliere Lampedusa invece della Washington in cui The Donald intende celebrare con un discorso, si dice, di sei ore la sua era, il senso delle sue guerre repentine e delle sue paci provvisorie, ha un significato preciso.
IL RACCONTO
Il cattolico Rubio alla Santa Sede dopo l’attacco di Trump a Leone. Primo passo verso il disgelo
dal nostro corrispondente Alberto Simoni

Innanzitutto il Papa vuole sottolineare la sua assenza alle celebrazioni in cui le delegazioni di tutto il mondo si troveranno a condividere, gioco forza, quel che Trump ha fatto finora nel suo secondo mandato. Prima ancora che il Presidente Usa le ricordi, scorreranno nelle menti dei presenti a Washington e del suo grande pubblico globale anche le immagini più crude degli ultimi mesi di quell’altra guerra che ha condotto contro gli immigrati: Minneapolis, le vittime delle operazioni condotte spietatamente dalla nuova polizia “Ice”, i figli delle famiglie di origine straniera sequestrati e tenuti come strumenti di ricatto per convincere i genitori ad abbandonare il Paese.
Sono medaglie che Trump si appunta sul petto. E saranno spunti di riflessione interessanti per l’Italia e l’Europa che si avviano verso appuntamenti elettorali importanti sentendo rimbombare la parola d’ordine della “Remigrazione”, lo slogan che Trump per primo ha brandito come un’arma verbale di propaganda per tornare alla Casa Bianca. E che Leone non a caso ha praticamente scomunicato («la remigrazione non è una risposta cristiana») in un recente intervento da Castelgandolfo.

È a tutto questo che il Papa si opporrà, solitario, da Lampedusa. La sua visita nell’isola che rappresenta la porta dell’Europa per i migranti sarà diversa da quella che inaugurò il papato di Francesco l’8 luglio 2013. Allora, con quel mazzo di fiori gettato in silenzio nel mare davanti agli scogli dell’isola, Francesco volle richiamare l’attenzione del mondo sulla strage dei migranti che perdevano la vita nell’ultimo tratto della loro Odissea. Oggi la disperazione, il grido di Leone serviranno a non dimenticare che dopo altri tredici anni nulla è cambiato. E tutto, purtroppo, davanti ai nostri occhi, peggiora.
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