Padri, mariti e professionisti: chi sono gli hater degli insulti sessisti a Seymandi che ora pagano

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Chiedono scusa, tirano fuori il portafogli e spariscono. Si chiude così – almeno per ora – il primo capitolo della battaglia legale di Cristina Seymandi contro gli hater che l’avevano presa di mira sui social dopo la separazione pubblica dall’imprenditore Massimo Segre nell’estate del 2023. Alcuni degli indagati hanno concordato un risarcimento danni fino a 5mila euro a testa; altri hanno preferito accettare il decreto penale di condanna. Seymandi ha annunciato che i proventi saranno devoluti in beneficenza per sostenere concretamente le donne vittime di violenza.

Il profilo degli hater: professionisti, mariti e padri esemplari

Il ritratto degli indagati smentisce l’immaginario del «leone da tastiera» marginale. Si tratta quasi esclusivamente di uomini italiani con un livello di istruzione medio-alto: diplomati, laureati e professionisti. Tra loro figurano insegnanti, poliziotti, piccoli imprenditori e commercianti distribuiti su tutto il territorio nazionale. Sui social presentano una faccia pubblica rassicurante, celebrando la famiglia e i figli, per poi abbandonarsi a insulti sessisti estremi protetti dallo schermo di un computer.

Dal sindacalista al vicepresidente della Croce Rossa

Le indagini della Polizia Postale hanno svelato identità insospettabili dietro i commenti d’odio. Tra i profili individuati figurano un sindacalista romano di 60 anni, un quarantacinquenne vicepresidente della Croce Rossa locale, un pensionato vicentino laureato e persino un poliziotto penitenziario. Spiccano anche figure di elevato spessore culturale, come un esperto d’arte laureato a Ca’ Foscari e un fondatore di una casa editrice napoletana, già colpito da un decreto penale di condanna per aver rivolto insulti sessisti alla donna.

Perché succede, la psicologia dell’odio online

La psicologia sociale avverte che l’hate speech (l’odio online) non è un fenomeno isolato a poche categorie. L’adesione a ruoli di genere tradizionali e il sessismo contribuiscono a un cortocircuito alimentato dalle ansie collettive e dalle dinamiche dei social network. Questo mix trasforma cittadini apparentemente integrati in aggressori verbali capaci di utilizzare un turpiloquio esplicito contro figure pubbliche femminili.

Le indagini in tutta Italia dopo il rigetto dell’archiviazione

L’inchiesta coinvolge 26 indagati e procure su tutto il territorio nazionale. La svolta è arrivata quando la gip di Torino, Lucia Minutella, ha rigettato la richiesta di archiviazione, richiamando la direttiva europea del 2024 sulla violenza di genere. Questa normativa introduce il «genere» tra i motivi di discriminazione che rendono punibili l’istigazione all’odio. L’avvocato di Seymandi, Claudio Strata, sta gestendo la partita legale tra accordi stragiudiziali e procedimenti penali in diverse giurisdizioni.

Il Barometro dell’Odio: numeri allarmanti del sessismo sul web

Il caso Seymandi rappresenta solo la punta di un iceberg di violenza verbale. Secondo i dati di Amnesty International Italia, quando si discute di diritti di genere online, un commento su tre è offensivo o discriminatorio. Gli attacchi diretti alle donne superano di un terzo quelli rivolti agli uomini, e in un caso su tre contengono insulti esplicitamente sessisti. Nonostante la direttiva europea, l’Italia ha tempo fino al giugno 2027 per recepire pienamente gli strumenti sanzionatori specifici contro l’hate speech.

Un precedente culturale contro la normalizzazione dell’odio sessista

Al di là dei risarcimenti economici, la vicenda assume un forte valore simbolico. Si tratta della prima battaglia giudiziaria corale in Italia contro l’odio sessista online. Il messaggio è chiaro: l’anonimato sul web è un’illusione tecnica superabile tramite gli indirizzi IP e gli insulti sessisti configurano una diffamazione aggravata. Come sottolineato dalla stessa Seymandi, questo passo è fondamentale per scardinare gli stereotipi di genere e dimostrare che gli odiatori sono spesso insospettabili vicini di casa.

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