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Pagano fino a 360mila euro per una “crociera senza fine”, ma la nave scarica tutti in Cambogia

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La crociera a vita dei super ricchi? Si è fermata in Cambogia. Ha scaricato tutti i suoi passeggeri senza tanti complimenti in porto con un annuncio che dava loro sette ore per scendere dalla nave con tutti i propri bagagli. Non proprio un trattamento vip. La colpa? Il rincaro dei carburanti, che alla partenza aveva fatto stimare un costo di 1800 dollari a cabina e ora – grazie ai problemi di Hormuz – è arrivato a costare fino a 8mila dollari. Ai passeggeri della MV Odyssey non è rimasto altro che sbarcare.

I passeggeri sbarcano dalla Odyssey nel porto di Sihanoukville, in Cambogia

 (afp)

Il sogno di vivere in mare

L’idea era trascorrere la pensione in mare, senza una meta definitiva e senza una data di ritorno. La promessa fatta ai passeggeri – molti ormai vicini al tramonto della vita – era di lasciarsi alle spalle i problemi del mondo e attraversare gli oceani. Ma il mondo è arrivato fin dentro la nave.

La Odyssey, di proprietà della società statunitense Villa Vie Residences, era salpata da Belfast nell’ottobre 2024. L’offerta si rivolgeva anche a chi voleva allontanarsi dalla politica americana: Donald Trump era stato appena rieletto alla Casa Bianca e la crociera permetteva di «saltare avanti» di quattro anni, trascorrendo in mare la durata del suo mandato.

Una coppia poteva partire per 319.998 dollari. Per chi voleva fermarsi a bordo più a lungo c’era la possibilità di acquistare la residenza permanente, pagando qualche centinaio di migliaia di dollari in più. In base al pacchetto scelto, si aggiungevano quote mensili per cibo, bevande, wi-fi, programmi di benessere e pulizia della cabina. La vita a bordo comprendeva piscina, campo da pickleball, teatro, bar e palestra; fuori, un itinerario tra porti lontani.

Non era una vacanza economica. Ma la Odyssey veniva presentata come la soluzione accessibile per chi sognava una casa sul mare. La nave The World, pioniera delle crociere residenziali, vendeva appartamenti da 2 a 15 milioni di dollari e lasciava ai passeggeri la scelta delle destinazioni. Per vivere lì c’era una lista d’attesa.

La Odyssey aveva un’altra storia. Non era stata costruita come nave residenziale: si chiamava MS Braemar ed era una nave da crociera tradizionale. Durante la pandemia, dopo che alcuni passeggeri si erano ammalati, diversi porti dei Caraibi le avevano negato l’attracco. Alla fine era stata accolta a Cuba, ma non era più entrata in servizio con quel nome. Fred Olsen Cruises l’aveva venduta e i nuovi proprietari l’avevano riconvertita. Villa Vie aveva descritto la nave, ormai trentenne, come «un’intima nave residenziale che offre un nuovo modo di vivere».

Lunga 196 metri, la Odyssey era relativamente piccola. Ma né i suoi oltre 200 passeggeri né la compagnia avevano previsto le conseguenze della guerra di Trump in Iran. La fuga dal presidente degli Stati Uniti si è interrotta proprio quando gli eventi internazionali hanno cominciato a pesare sul costo del viaggio.

Martedì Villa Vie Residences ha annunciato di non avere più fondi sufficienti per proseguire. In alcune zone dell’Asia, le spese mensili per il carburante erano aumentate del 350%, mettendo la società «sotto una pressione finanziaria insostenibile».

Diretta da nessuna parte: la Villa Vie Odyssey nel porto di Sihanoukville, in Cambogia

 

Il cambio di programma

«Dall’inizio del conflitto, alla fine di febbraio, abbiamo adottato misure significative per ridurre il consumo di carburante, tra cui rallentare l’itinerario e trascorrere più tempo nei porti», ha dichiarato la società. Ma i tagli non sono bastati a compensare l’aumento dei costi e la compagnia non è riuscita a sostenere le perdite operative.

Ai passeggeri è stato detto di fare i bagagli. Poi sono stati accompagnati in autobus a Sihanoukville, città portuale sul Golfo di Thailandia. La società ha dichiarato di stare coordinando lo sbarco e cercando sistemazioni temporanee, mentre valuta una ristrutturazione e un nuovo finanziamento nei successivi 60 giorni.

«La gente era sotto shock, intontita, piangeva», ha raccontato Kit Cassingham, statunitense, che aveva trascorso due anni a bordo con il marito Randy. La coppia aveva trasformato la cabina in una casa: i propri tappeti sul pavimento, i quadri alle pareti. «La gente era arrabbiata. Era isterica. Era triste. Non riusciva a crederci», ha detto Kit. «Tutte le emozioni, insomma. Come si chiamano? Le cinque fasi del lutto».

La maggior parte dei passeggeri era americana. Con loro viaggiava un equipaggio internazionale di 156 persone, tra cui un medico di bordo e due infermiere. A bordo c’erano pensionati e nomadi digitali. Holly Hennessy, per esempio, aveva vissuto sulla nave insieme al suo gatto Captain fin dalla partenza, due anni prima.

Lanette Canen e Johan Bodin avevano acquistato una cabina con una garanzia di 15 anni e documentavano su YouTube la propria vita in mare. Nei loro video avevano raccontato anche le settimane che hanno preceduto l’annuncio. I segnali delle difficoltà finanziarie, hanno detto, erano evidenti.

L’incredulità

L’ultima sera, nel salone della nave, i residenti bevevano mentre si diffondeva la voce che il viaggio potesse essere finito. Il personale aveva chiesto a ogni passeggero di contribuire con 1.800 dollari per garantire alla nave il denaro necessario a raggiungere Bangkok. Il giorno dopo Canen e Bodin hanno pubblicato un aggiornamento dall’interno della cabina. Dagli altoparlanti è arrivato l’annuncio che la compagnia non era riuscita a procurarsi il carburante necessario per proseguire. Un’e-mail chiedeva a tutti di sbarcare entro le 14.

«Conoscevamo gli scenari peggiori, ma non pensavamo che sarebbero diventati realtà. E invece è successo», ha detto Rina Cavazza, istruttrice di pilates australiana.

Un’altra passeggera, Sherrie Cornett, ha scritto su Facebook che i residenti erano stati «scaricati senza tanti complimenti in mezzo alla città, lasciati a cavarcela da soli». Secondo i passeggeri, la società non ha offerto aiuti economici e non ha nemmeno fornito una lista di alberghi in Cambogia. In seguito ha proposto dei posti su un volo charter per gli Stati Uniti, ma molti erano già partiti.

Qualcuno si era accorto delle difficoltà: il cibo era diventato di qualità inferiore, le porzioni si erano ridotte le escursioni erano meno frequenti. Una parte dei passeggeri, insoddisfatta, aveva deciso di sbarcare già qualche mese prima. La nave, che doveva essere un rifugio, era diventata un microcosmo delle difficoltà economiche globali.

Ma le navi residenziali come la Odyssey appartengono a una categoria a sé e i conti sono difficili da far quadrare. Per resistere alle oscillazioni dei mercati le tariffe devono essere alte e accompagnate da un livello di lusso adeguato.

In Cambogia, Randy Cassingham, uno dei passeggeri, continua a scrivere sul suo blog per aggiornare chi segue la vicenda, mentre i gli altri cercano di capire che cosa fare. Non è amareggiato. «Non stiamo dicendo: “Poveri noi”. Sappiamo che tante persone sono in difficoltà, cercano di fare benzina e di mettere il cibo in tavola. Noi siamo molto fortunati. Non stiamo piangendo sul nostro brodo. Sappiamo di essere fortunati e che ce la caveremo».

Kit, coach specializzata nella trasformazione personale, è d’accordo: «Non vogliamo che questa diventi una richiesta di compassione. Vogliamo dire alle persone: vivete i vostri sogni. Buttatevi. Vivete finché potete, perché non sapete come andrà a finire l’avventura».

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