Pandemia digitale

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Chi legge questa newsletter ricorderà quel che accadde in Spagna poco più di un anno fa. Era il 28 aprile del 2025: alle 12.33 uno sbalzo improvviso di frequenza alla rete elettrica provoca distacchi a catena. Prima da Granada, poi da Badajoz e Siviglia si propaga un black out che fermerà per dieci ore la penisola iberica e il Portogallo. Nel giro di pochi minuti si bloccano stazioni e aeroporti, si spengono i semafori, si interrompe gran parte della rete di telefonia mobile. Il Congresso e la Borsa di Madrid, il Palazzo della Moncloa, le sedi dei ministeri e gli ospedali di tutta la Spagna rimangono senza energia. Chi, come questi ultimi, sono dotati di gruppi elettrogeni d’emergenza, evitano il peggio. Il blackout, in alcuni casi per pochi minuti, in altri per ore, raggiunge la Francia sud-occidentale, il Marocco, Andorra, perfino la Groenlandia: fra le 18 e la mezzanotte di quel giorno la rete di telefonia di Qaanaaq, Ittoqqortoormiit e Tasiilaq resta muta. E la ragione è presto detta: l’operatore telefonico locale dispone di una stazione di terra a Gran Canaria, la quale riceve dati da cavi terrestri e sottomarini, i quali a loro volta li inviano ai satelliti.

Chi ha vivo il ricordo della pandemia si chiederà se siamo pronti a tutto questo, o se – schiacciati da una quotidianità sempre più frenetica – non potremmo trarne qualche vantaggio. Non è così: ciascuno di noi, ci piaccia o meno, non è in grado di vivere disconnesso per più di qualche ora senza finire in preda all’ansia. E solo la prudenza umana ha fatto sì che l’anno scorso centinaia di spagnoli e portoghesi ricoverati negli ospedali non pagassero con la vita il prezzo del mondo sempre più interconnesso. L’Onu calcola che oggi cinque miliardi e mezzo di persone, quasi il settanta per cento della popolazione mondiale, utilizza quotidianamente internet: sistemi sanitari, mercati finanziari, servizi pubblici e privati si fondano su una complessa rete di infrastrutture digitali che si estende in ogni angolo del globo.

Nella nuova era delle potenze sembra che le istituzioni multilaterali non servano più a nulla. Poi scorri le notizie e scopri che il mondo è uno e – si parva licet – unito da un destino comune. Questa settimana l’Ufficio per la riduzione dei rischi da disastro delle Nazioni Unite (UNDRR) in collaborazione con l’Unione internazionale delle telecomunicazioni e l’università francese di SciencesPo ha pubblicato un rapporto dal titolo eloquente: “Quando i sistemi digitali crollano”. Come prova il caso spagnolo, il rischio di una catastrofe digitale non è una ipotesi, bensì una realtà. Nel piccolo mondo interconnesso la pandemia dei dati può verificarsi in qualunque momento e in qualunque angolo del mondo: basti dire che i soli cavi sottomarini – quelli che attraversano gli oceani – trasportano oltre il 99 per cento del traffico internet globale. Ma non c’è solo questo: nella nostra comoda vita quotidiana ci sono satelliti, data center, reti elettriche in cui circola energia prodotta da fonti diverse: sole, vento, acqua, gas.

Il rapporto cita svariati casi solo meno disastrosi di quello spagnolo: un blackout in Quebec nel 1989 a causa di una tempesta elettromagnetica, un episodio simile che nel 2003 bloccò satelliti e circolazione aerea in Nordeuropa, i danni ai cavi sottomarini nel Mar Rosso che nel 2024 rallentarono per settimane le comunicazioni fra Europa e Asia, l’uragano Sandy del 2012 che mandò in tilt i data center di New York. Il rapporto spiega con una certa chiarezza che il problema non sono i guasti in sé, provocati spesso da una natura incattivita dall’arroganza umana, ma la scarsa consapevolezza su ciò che va fatto per prevenire o affrontare questi fenomeni. Valga qui un esempio estremo ma chiaro: l’eruzione del vulcano di Hunga Tonga nel 2022 provocò un danno all’unico cavo sottomarino che collegava l’arcipelago al resto del mondo. E poiché la nave più vicina capace di riparare il guasto era a oltre quattromila chilometri di distanza, l’arcipelago rimase in black out completo per cinque settimane.

Nell’era delle guerre digitali e degli attacchi informatici come alternativa alle armi convenzionali la faccenda assume un qualche rilievo. L’evidenza empirica racconta che per l’89 per cento dei guasti ai servizi digitali causati da eventi naturali il problema non è la soluzione in sé ai danni, ma la capacità di gestire gli effetti secondari. Oggi – spiega il rapporto – ciascun evento imprevisto a una rete internet o elettrica causa effetti per un numero di persone dieci volte superiore a chi è esposto all’evento iniziale. Gli esperti delle Nazioni unite suggeriscono varie soluzioni: rafforzare gli standard internazionali, migliorare le capacità di backup analogico, il coordinamento dei sistemi spaziali e satellitari, dei cavi sottomarini e dei grandi calcolatori necessari a far funzionare l’intelligenza artificiale. L’immagine dello stretto di Hormuz conteso fra droni americani e barchini iraniani sembra perfetta per chiedersi retoricamente: siamo in grado di farlo?

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