Papà Franzoso: “Lasciati soli dopo la morte di Matteo. Non mi aveva mai confidato le offese”

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«Siamo rimasti soli, sono scappati tutti prima delle Olimpiadi». Marcello Franzoso, 66 anni, assicuratore genovese, padre di Matteo, lo sciatore morto otto mesi fa in allenamento in Cile, è un fiume in piena. Di dolore profondo, il peggiore, quello che provi quando perdi un figlio. Matteo, ex sciatore della Nazionale, l’ha perso per colpa dello sport in quel maledetto giorno del 13 settembre quando l’azzurro, sulla pista di La Parva, è finito contro una barriera di legno ed è deceduto due giorni dopo. La sicurezza, dunque, torna centrale nel mondo della neve.

Franzoso, lei ha parlato di rimorsi. Di quelli che tornano di notte e trapano il cuore e il cervello. Quali sono?

«Se solo avessi saputo tutto ciò che ho scoperto dopo la sua scomparsa, gli avrei detto di lasciare l’attività sportiva di alto livello e di dedicarsi allo studio. Perché lui era bravo anche a scuola. L’altro mio figlio Michele si è laureato con 110 e lode. Non c’è solo lo sport nella vita. Anche se tanti pensano il contrario. E poi mi sento impotente, tutto ciò che è avvenuto è ingiusto. Anche se Matteo da lassù ci aiuta e ogni giorno ci manda segnali positivi».

Con il post su Facebook lei ha stigmatizzato come grave il fatto che, in Nazionale, alcuni si rivolgessero a Matteo con l’espressione “il frocetto di Sestriere”. Ci dica.

«Quando mi hanno riferito di questa circostanza, sono andato su tutte le furie. Purtroppo, mio figlio non ci ha mai raccontato nulla del contesto in cui si allenava e sciava, forse perché sapeva che io avrei reagito male. Comunque quello che mi torna in mente è il fatto che Matteo mi ripeteva sempre che non avrebbe fatto l’allenatore. Ci sono risvolti che non mi piacciono in questo mondo. Lo dico perché anch’io ho fatto sport, giocavo a pallanuoto».

E non le era mai successo di sentirsi vessato?

«Mai. Giocavo nel Nervi ma uno come Ratko Rudic, che sarebbe diventato un grandissimo allenatore, e che all’epoca giocava nella Pro Recco, ci dava ottimi consigli. È una persona stupenda. Ecco, i giovani devono essere trattati bene. E per farlo servono tecnici di alto livello umano. I miei allenatori, anche se non eravamo eccelsi, non hanno mai usato termini dispregiativi. A maggior ragione non devono farlo oggi perché il mondo è cambiato. Avrei dovuto convincerlo a dedicarsi al calcio o alla pallanuoto. La regola di base è a mio avviso che tutti dovrebbe essere trattati allo stesso modo. Poi, nello sci, c’è anche il problema della sicurezza».

Prego?.

«Possibile che nessuno si renda conto dei rischi che gli atleti affrontano scendendo a oltre cento all’ora? Che il tema della sicurezza sia così sottovalutato? Prendiamo l’esempio di La Parva, con quella barriera di legno. Cosa ci fa in pista? È pericolosissima. Perché era senza protezione? Perché nessuno è intervenuto? Non è cambiato nulla. Ecco, su questo vorrei avere una risposta dalla federazione e dal direttore tecnico. Ciò che è successo a Matteo deve essere un monito. Inoltre, ho saputo che la Nazionale tornerà di nuovo ad allenarsi in Cile. E anche su questo c’è da riflettere. Mi chiedo se siano stati fatti miglioramenti».

Cosa le ha dato più fastidio?

«Matteo è morto a settembre. E nella prima di Coppa del mondo a Soelden nessuno ha pensato di fare due minuti di silenzio per lui. Perché i leader di oggi sono un po’ bambini. Se ci fosse stato l’asso norvegese Kilde o il francese Sarrazin si sarebbero fermati. Anche solo due minuti ma l’avrebbero fatto. Le racconto un altro episodio. Noi non abbiamo mai sentito nessuno. Ovviamente, siamo seguiti a livello psicologico».

C’è stato un ricordo di Matteo che le ha regalato sollievo?

«Sì, l’altra sera quando, al “Premio Di Marzio” hanno consegnato a Michele una maglietta del Genoa. Lui era tifoso, si era messo come obiettivo di arrivare tra i primi dieci al mondo per essere invitato dal Genoa e fare un giro di campo. Poi abbiamo ricevuto una lettera dal Genoa, a settembre ci sarà un ricordo di Matteo. Ecco anche questo mi solleva un po’. Perché Matteo era un ragazzo meraviglioso, solare. Era davvero una bella persona».

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