Era il marzo del 2021 quando Papa Francesco decise di tagliare gli stipendi di cardinali e vescovi per arginare i conti in rosso. La crisi provocata dalla pandemia costrinse alla spending review, e il Pontefice varò una manovra drastica dall’alto valore simbolico senza toccare i compensi dei laici (a meno che non siano in ruoli apicali).
Un futuro «sostenibile economicamente richiede di adottare anche misure riguardanti le retribuzioni del personale», scriveva Papa Francesco nella lettera apostolica, spiegando che il Covid ha aggravato un disavanzo che già aleggiava da «diversi anni». I tagli seguivano una logica «proporzionale e progressiva»: chi guadagnava di più subì una maggiore riduzione del salario stimabile con un calo del 10% della loro remunerazione mensile.
Nuovo Papa, nuova gestione. Oggi Papa Leone, nel giorno del suo 71esimo compleanno, ha deciso di rimuovere i tagli e tornare ad alzare gli stipendi.
«Quelle misure di contenimento salariale, che furono necessarie anche per far fronte all’eccezionale sfida della pandemia, e che vennero già parzialmente modificate, mediante l’abrogazione dell’articolo 3, con Rescriptum ex Audientia del 16 giugno 2025, possono ora essere superate, nella certezza che le Istituzioni della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano proseguiranno, con strumenti diversi, nell’impegno di garantire la sostenibilità economica», ha scritto Papa Leone in una lettera motu Proprio.
Il Papa di Chicago, abrogando l’intero motu proprio di Papa Francesco, riconsegna ai cardinali il 10% dello stipendio precedentemente ridotto. Per loro quindi, dai prossimi giorni, gli scatti di anzianità torneranno a essere conteggiati. Resterà però congelato il pregresso.
Ma quanto guadagnano i cardinali? E i vescovi? E i preti? E chi li paga? Il Vaticano? La diocesi? Le risposte sono nel libro «I soldi della Chiesa. Ricchezze favolose e povertà evangelica» (Edizioni Paoline) di Mimmo Muolo, giornalista di Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana. Innanzitutto bisogna puntualizzare: parrocchie, diocesi e istituti religiosi sono realtà distinte dalla Santa Sede.
Il Vaticano «assicura lo stipendio ai propri dipendenti laici ed ecclesiastici». I cardinali della Curia romana attualmente hanno una remunerazione tra i 4.500 ai 5.500 euro al mese, che comprendono i 1.500 euro di «piatto cardinalizio» spettante a ogni porporato del mondo. Mentre un vescovo o arcivescovo capo dicastero riceve fra i 3.000 e i 4.000 euro. Altra cosa è la retribuzione dei sacerdoti «che svolgono la propria missione pastorale presso le diocesi italiane», puntualizza Muolo. La remunerazione del parroco è a carico della parrocchia, il vescovo è retribuito dalla diocesi.
Il calcolo dello stipendio è strutturato sulla base di un sistema a punti. Un sacerdote appena ordinato riceve 1.008,80 euro al mese lordi, al netto sono circa 880. Un vescovo «a fine carriera» 1.740,18, netti 1.400. Cifre tassate come per tutti. Sono dodici mensilità, niente tredicesima. Per quanto riguarda invece i religiosi e le suore, valgono le regole dei singoli istituti e congregazioni. E a differenza dei preti diocesani, i religiosi e le suore fanno voto di povertà, e non hanno diritto allo stipendio. Vitto, alloggio, vestiario, mezzi di trasporto, medicinali e materiale di aggiornamento sono forniti dall’istituto.
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