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Nella dimensione ultrasemplificata della politica di oggi, il tema è perfetto per scatenare la rissa. Non importa il significato della parola, se esista già una imposizione di questo tipo, se sia opportuna una riflessione approfondita su chi paga per cosa. Ciò che conta è lanciare slogan, fare promesse o mettere paura, costruire agende politiche piene di nulla. E allora proviamoci noi, in tre minuti o poco più, a spiegare perché il dibattito sulla patrimoniale è un enorme equivoco, tipico di un Paese che ama discutere molto e cambiare il meno possibile.
L’ultimo rapporto annuale sulla ricchezza della Banca d’Italia dice che nel 2025 il dieci per cento più agiato delle famiglie deteneva il 60,6 per cento del patrimonio totale, la metà meno abbiente delle famiglie solo il 7,2 per cento. Per la metà meno abbiente degli italiani oltre il 90 per cento della ricchezza è costituito da abitazioni (73,6 per cento) e depositi liquidi (17,5). Le famiglie più ricche hanno una quota rilevante di strumenti finanziari diversi dai depositi.
Prima osservazione: un patrimonio, piccolo o grande, lo abbiamo tutti. E in un Paese nel quale i salari sono fra i più bassi dell’Unione ma più dell’ottanta per cento delle persone possiede almeno una casa, parlare di patrimoniale è come mostrare un drappo rosso a un toro inferocito. Ciò detto, in Italia la tassazione sui redditi da lavoro è sensibilmente più alta di quelli da capitale. Un reddito da capitale da un milione di euro paga il 26 per cento di imposte, il tre per cento in più di quanto non debba al fisco un lavoratore dipendente con ventottomila euro lordi l’anno. La pressione fiscale non è più alta di altri grandi Paesi, peccato che il 66 per cento dell’Irpef venga pagato dal 17 per cento dei contribuenti con redditi da lavoro dipendente superiore ai trentacinquemila euro lordi l’anno.
Ciò significa che le tasse sui patrimoni sono troppo basse? Dipende. Facciamo un breve confronto internazionale. Il gettito delle imposte sui patrimoni in Francia e Gran Bretagna oscilla attorno al quattro per cento del prodotto interno lordo. In Spagna non arriva al tre per cento, un po’ più dell’Italia, dove si attesta al 2,5. C’è solo un grande Paese in Europa dove si paga ancora meno in “patrimoniali”, ed è la Germania: circa l’1,3 per cento del reddito prodotto.
Di patrimoniali – è bene sottolinearlo – in Italia se ne pagano già più d’una: c’è l’imposta comunale sugli immobili diversi da quello di abitazione, quella sui fabbricati, si pagano l’imposta di registro, quelle ipotecarie, di successione e catastali, dovute al passaggio di proprietà di un immobile. Il sistema attraverso il quale si calcolano le imposte sulle case è una stortura tutta italiana: l’ultima revisione compiuta delle tariffe catastali risale al 1989, quando ministro era Rino Formica. Tra il 1996 e il 1997 è stata applicata una rivalutazione generalizzata del cinque per cento e da allora il sistema a livello nazionale non è cambiato. Provò ad affrontare il tema Mario Draghi, ma quel tentativo gli costò il niet della Lega. Basti qui un esempio: in Olanda è in vigore un sistema – si chiama WOZ (Waardering Onroerende Zaken) – che ogni anno aggiorna il costo degli immobili a fini fiscali al valore di mercato del primo gennaio precedente.
Quella che viene sventolata in maniera ricorrente a sinistra come “patrimoniale” sarebbe un contributo straordinario per i grandi ricchi. Torniamo al confronto internazionale. Quanto pesano le singole tasse sulle proprietà in Italia rispetto agli altri Paesi europei? Ebbene, in Gran Bretagna, patria per eccellenza dei ricchi da questa parte dell’Atlantico, le tasse sulle proprietà sfiorano il dodici per cento del gettito tributario, due terzi delle quali sugli immobili. In Francia superano complessivamente l’otto per cento, due punti più che in Italia. Ciò che in Italia risulta bassissima nel confronto internazionale è la tassazione sulle successioni. Uno studio recente dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica dice che nel 2022 sono stati incassati poco più di un miliardo, lo 0,05 per cento della ricchezza, lo 0,18 per cento delle entrate totali. In Francia quello stesso gettito vale quattordici volte di più, lo 0,7 per cento del Pil. La Germania sta in mezzo, con dieci miliardi di entrate, lo 0,3 per cento della ricchezza prodotta.
Sulle caratteristiche di un sistema fiscale iniquo potremmo andare avanti a lungo. I numeri messi in fila fin qui sono sufficienti a dire che un dibattito pubblico andrebbe fatto, ma senza trattare gli italiani come stupidi tori davanti a un drappo. Ci sono italiani che pagano troppo, altri che pagano troppo poco. Non sono necessariamente ricchi i primi, e nemmeno i secondi.
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