Per Khamenei il funerale dei record. Due nazioni e cinque tappe in sette giorni

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Il vecchio leader Ali Khamenei esce di scena, consegnato al pantheon dei martiri con una colossale cerimonia funebre che toccherà cinque città, tra Iran e Iraq, in sette giorni di lutto solenne. A quattro mesi dal raid israeliano che ha ucciso la Guida Suprema all’inizio della guerra, il suo successore (e figlio) Mojtaba resta lontano dai riflettori, per scelta o per necessità. A fare sfoggio di sé è l’apparato militare della Repubblica Islamica, con il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Ahmad Vahidi che torna a farsi vedere dopo mesi di totale assenza dalla scena pubblica.

Tra politica e fede

Mentre gli Stati Uniti celebrano a Washington 250 anni di indipendenza, a Teheran il regime degli ayatollah lancia un messaggio a Donald Trump – guanto di sfida, elemento di disturbo, contesa dell’attenzione globale, scontro di civiltà? – con un funerale da record. Per il vicepresidente iraniano Mohammad Reza Aref, maestro delle cerimonie funebri, è «l’evento più importante di questo secolo», quello con la maggiore partecipazione – fino a 20 milioni di persone secondo le attese del regime – dalla rivoluzione del 1979.

L’imponente processione attraverserà il cuore dell’universo sciita tra Iran e Iraq: dalla capitale politica Teheran a quella teologica e dei seminari religiosi Qom, a Najaf cuore spirituale dello sciismo e Kerbala città del martirio dell’Imam Husayn – entrambe in Iraq –, il lungo corteo funebre segue la geografia sacra della Shia, fino a Mashhad, santuario dell’Imam Reza, città di nascita e luogo della sepoltura di Ali Khamenei, ucciso dal nemico a 86 anni. La coincidenza con la vigilia dell’anniversario del martirio dell’Imam Sajjad, il quarto imam sciita e pronipote del Profeta Maometto, non fa che alimentare il simbolismo.

Le onoranze funebri

Al complesso della Grande Moschea di Mosalla di Teheran, la salma dell’ayatollah occupa il centro della scena: grandi ritratti di Khamenei alle pareti; bandiere nere (in segno di lutto) e rosse (simbolo di martirio e vendetta); l’enorme pedana bianca a gradoni; l’arco di maioliche sullo sfondo; i fiori lanciati sul feretro; il ritmo delle lamentazioni; il turbante nero appoggiato sulla bara, esposta assieme a quelle della figlia, del genero, della nipotina di 14 mesi e della moglie del figlio Mojtaba, tutte avvolte nella bandiera della Repubblica islamica.

La folla scandisce lo slogan «Ya Husayn» battendosi il petto secondo il rituale sciita. Oggi i sostenitori del regime piangono la sua morte. A marzo, dopo l’uccisione della Guida Suprema, grida di giubilo degli oppositori provenivano da dietro le finestre di case e appartamenti in diverse zone della capitale. Dietro una facciata di unità e devozione, secondo molti analisti, il gradimento della Repubblica Islamica è sottile come un foglio di carta. Ma in questi giorni, il clero officia, i Pasdaran garantiscono la sicurezza, il presidente Masoud Pezeshkian e lo Speaker del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf versano le lacrime rituali: la catena di comando si mostra salda.

Anche la diplomazia è parte della rappresentazione, tra partner solidi, affini o per convenienza: sfilano le delegazioni irachene e armene; Vladimir Putin ha mandato l’ex presidente russo Dmitry Medvedev; Cina e India, i loro emissari; c’è il presidente della Camera bielorussa Igor Sergeenko; il premier pakistano Shebaz Sharif (instancabile mediatore tra Iran e Usa); il vice presidente turco Cevdet Yilmaz; ci sono leader politici di Hezbollah, Talebani afgani, Hamas e Jihad Islamica.

Mancano i governi occidentali: «I Paesi europei che si sono schierati a sostegno della guerra contro la Repubblica islamica non sono stati invitati», specifica il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei. Tra le monarchie arabe del Golfo, compare – e sorprende – il viceministro degli Esteri saudita, Waleed ElKhereiji, nonostante Riad sia finita sotto gli attacchi iraniani lanciati contro gli Stati che ospitano basi militari statunitensi nella regione. In totale, «quasi 100 Paesi, tra delegazioni ufficiali, personalità e gruppi», secondo Baghaei.

Il dispiegamento militare

Fuori dal Mosalla,per le strade della capitale iraniana listate a lutto, le misure di sicurezza e logistiche sono imponenti: polizia ovunque, mezzi blindati agli incroci, Basij in motocicletta, autobus e treni deviati, traffico privato interdetto, uffici chiusi. Lo spazio aereo è limitato. Nell’Islam le sepolture dovrebbero avvenire entro un giorno dalla morte ma il regime ha rinviato il funerale fino alla tregua. Per la sicurezza sono stati mobilitati 65.000 agenti di polizia, 2.500 ambulanze, 21 elicotteri, 100 droni, migliaia di soccorritori. Per attirare i pellegrini, gli alberghi offrono camere scontate al 50%. Per sfamare tutti, verranno sfornate 50 milioni di pagnotte. Nonostante i costi della guerra che si sommano alle schiaccianti difficoltà economiche,Teheran non bada a spese per l’addio a Khamenei.

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