Ilcopione si ripete: si va a Bruxelles, si negoziano strumenti per assicurare stabilità, resilienza e indipendenza. Poi, però, si fa marcia indietro. L’ultimo caso è quello del Safe (Security Action for Europe).
In estrema sintesi, con questa nuova linea di credito, l’Europa mette a disposizione 150 miliardi per finanziare la difesa. L’Italia ne ha richiesti circa quindici ma non li ha ancora attivati.
«La decisione spetta al Parlamento» è stato spiegato. E così si prende tempo. Anzi si perde tempo visto che la maggioranza – in Parlamento – farà esattamente ciò che vuole il governo: nulla. Il motivo è presto detto: dopo mesi – talvolta anni – di racconti ingannevoli, chi ha responsabilità politica non riesce a cambiare narrativa e a spiegare la complessità. «I cittadini non capirebbero», questo è ciò che ci viene detto.
A parte il fatto che noi italiani dovremmo indignarci di fronte a simili affermazioni: perché mai non dovremmo capire? Peraltro, chi è alla guida del Paese è pagato dai contribuenti proprio per spiegare ciò che succede. Ossia che la sicurezza non è gratuita. Servono risorse e le opzioni, come è noto, sono diverse: si possono trovare nel bilancio pubblico attraverso maggiori tasse o minori spese, si può incrementare il debito nazionale o, infine, ricorrere a prestiti garantiti dagli Stati europei attraverso, appunto, il Safe.
Per noi questa ultima scelta sarebbe quella meno onerosa. Non a caso, durante la pandemia abbiamo usufruito di oltre 27 miliardi di euro per sostenere la cassa integrazione con uno strumento – il Sure (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency) – identico al Safe. Ma non solo. Successivamente abbiamo preso 121 miliardi di debito europeo attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr). Oggi, invece, ci viene detto che «occorre riflettere» per valutare la reale convenienza.
Va ricordato che il metodo del «prendo un impegno in Europa e poi cambio idea» non è affatto nuovo: lo hanno seguito anche i governi Conte II e Draghi prima con la linea di credito sanitaria del Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) e poi con la mancata ratifica del Trattato riformato.
Lo abbiamo scritto molte volte su questo giornale: il Mes gode di una pessima reputazione perché è stato dipinto come una sorta di strozzino che presta denaro e poi impone rigorose condizionalità. Eppure, basterebbe chiarire che può essere utilizzato in modi diversi e che – nello specifico – ratificare il nuovo Trattato non significa aderire a un programma di aggiustamento macroeconomico come fece la Grecia (che, per inciso grazie a quell’aggiustamento – doloroso certo – oggi cresce quattro volte noi) ma di dotare l’Unione di uno strumento per far fronte alle crisi bancarie sistemiche.

A questo proposito, è bene sottolineare che la Bulgaria, ventunesimo Paese a entrare nell’euro, ha ratificato il Trattato del Mes senza esitazioni: evidentemente, il governo di centrodestra ha ritenuto che i cittadini bulgari fossero perfettamente in grado di comprendere la realtà dei fatti. In Italia, invece, la nostra classe politica ci sottovaluta. E il problema non è neppure il colore politico. Anche il centrosinistra ha evitato di spiegare le nuove sfide, in particolare quella della sicurezza, raccontando la favola dei “cannoni” contrapposti al “burro”.
Fa eccezione il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, che continua a sostenere – con coerenza – che è necessario spendere di più. Ciò, peraltro, rafforzerebbe anche la posizione dell’Italia ai tavoli europei. La sicurezza è un bene pubblico: se non investiamo, beneficiamo comunque della difesa garantita dagli altri ma senza sostenerne i costi. Una scelta che mina la nostra credibilità in Europa, perché pretendiamo solidarietà senza assumerci la nostra parte di responsabilità.
* Docente di Economia Europea alla Università Luiss Guido Carli di Roma
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