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Ci sono momenti nei quali si affollano notizie che, messe in ordinata fila, danno la dimensione di quel che non è ben visibile agli occhi. La prima: la Commissione europea ha concesso all’Italia quattordici miliardi di flessibilità in due anni per affrontare l’emergenza energia causata dal blocco di Hormuz. Un risultato politico non banale per un Paese noto in passato per la scarsa disciplina di bilancio, e per il governo che l’ha ottenuto. La concessione non è per finanziare nuovi sconti indiscriminati sulle accise sui carburanti – fra le più alte d’Europa – ma se il governo deciderà di confermarli, vai a dimostrare che i fondi utilizzati siano o meno frutto di quella flessibilità.
Notizia numero due: nello stesso giorno del sì alla flessibilità di bilancio, la Commissione ha pubblicato le tradizionali “raccomandazioni di primavera”, un compendio di 150 pagine degli ottimi tecnici europei in cui – appunto – si raccomanda a ciascuno dei Ventisette cosa fare per migliorare la qualità dell’economia e la vita dei cittadini. Nonostante molte crisi economiche, governi tecnici e di larghe intese, norme emergenziali e generosi sussidi europei in nome delle riforme, la lista dei problemi italiani è la stessa da trent’anni: tasse sul lavoro ancora troppo alte, tasse su rendite e patrimoni ancora troppo basse, valori catastali scandalosamente inattuali e iniqui, salari fra i più bassi dell’Unione e inferiori a quelli del 2019, sistema delle imprese a bassa produttività, sanità in declino.
Notizia numero tre: l’Ocse, l’organizzazione di studi economici che riunisce le economie più ricche del mondo, ha calcolato che l’Italia quest’anno crescerà di mezzo punto percentuale. Niente di nuovo, salvo dover constatare che la Germania – quella che di solito è considerata il grande alibi per la nostra scarsa crescita – ha ripreso a crescere a ritmi superiori ai nostri. I tecnici dell’Ocse riconoscono però al Recovery Plan di aver fatto molto bene agli investimenti italiani: sono stati il 3,8 per cento della ricchezza prodotta, livelli che “non si vedevano da trentacinque anni”. Qui occorrerebbe aprire un capitolo sul perché questi investimenti non si sono tradotti in crescita dell’economia, bastino qui un paio di considerazioni. Costruire scuole, asili, studentati o nuovi tratti dell’Alta velocità non significa automaticamente produrre crescita. Inoltre nessuno sarà mai in grado di controdedurre cosa sarebbe accaduto all’economia italiana senza i duecento miliardi del Pnrr. Agli attuali ritmi di crescita, si può sostenere senza rischio di smentita che l’alternativa sarebbe stata la recessione.
Notizia numero quattro: la Banca d’Italia ha pubblicato il rapporto sulla ricchezza degli italiani nel 2025. Il rapporto dice che il patrimonio medio netto aumenta – da 431mila a 453mila euro – peccato che il dieci per cento sia sempre più ricco e possieda oltre il sessanta per cento della ricchezza totale. La metà meno ricca del Paese ha il novanta per cento delle proprie attività investite nella casa in cui vive o in pochi e sudati risparmi: circa il 73 per cento è abitazione, il 17 liquidità. L’indice di Gini – il misuratore statistico delle diseguaglianze – è ancora in aumento.
L’Italia cresce da trent’anni a un ritmo scandalosamente basso, più o meno dell’un per cento annuo. La scarsa produttività del sistema Italia, un sistema fiscale ancora iniquo e un contesto internazionale sempre complicato hanno fatto sì che l’Italia scivolasse nella fascia più bassa della classifica dei salari europei. Al netto dell’effetto statistico negativo causato da chi evade, si può sostenere che in Italia quello medio annuale oscilla attorno ai trentamila euro, la metà di quanto percepiscono i lavoratori dipendenti tedeschi, un terzo in meno dei francesi.
Il 2 giugno l’Italia ha festeggiato ottant’anni di vita repubblicana. Dieci anni dopo la nascita dell’Italia libera – era il 1956 – Luigi Einaudi iniziò a scrivere una serie di articoli che sfociarono in una raccolta dal titolo a dir poco attuale: “Prediche inutili”. Prediche perché a parlare era il ragionamento di un economista colto e borghese, inutili per via della naturale tendenza della politica italiana a scegliere sempre la strada del consenso a breve termine rispetto ai benefici delle soluzioni meno popolari ma efficaci sul lungo termine. Einaudi allora la descriveva come una patologia delle democrazie moderne. È probabilmente così, di certo siamo sempre campioni mondiali di prediche inutili.
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