Pussy Riot: “La Russia vuole ripulire la sua immagine usando la Biennale d’arte”

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«Il sangue è l’arte della Russia». Con questo slogan il collettivo punk femminista Pussy Riot ha fatto il suo ingresso alla Biennale di Venezia per protestare davanti al padiglione della discordia. Topless, fumogeni rosa, cappucci e colori gialloblu dell’Ucraina hanno provocato la confusione di qualche carabiniere e la ritirata strategica dell’ambasciatore Alexey Paramonov. Nadya Tolokonnikova, 36 anni, modella, cantante, attivista russa in esilio e leader del collettivo, racconta in questa intervista la campagna delle Pussy Riot.

Perché ha deciso di venire a Venezia?
«Siamo qui perché la Russia sta cercando di ripulire la propria immagine mascherandosi dietro arte e cultura. Non possiamo permettere che ciò accada mentre conduce la sua guerra di aggressione all’Ucraina, uccidendo così tante persone, nel più grande conflitto in Europa dalla Seconda guerra mondiale».

Qual è la sua posizione sul Padiglione russo?
«Dicono che faccia parte del loro impegno per un dialogo contro la censura, ma è un’ipocrisia visto che centinaia di artisti, poeti e ragazzi si trovano rinchiusi nelle fredde celle delle prigioni russe. E per cosa poi? Per aver fatto arte, per aver dissentito da questa guerra. Le persone invitate a Venezia sono legate al Cremlino e ai servizi segreti russi: si tratta di un attacco coordinato di soft power».

È vero che la Biennale non ha mai risposto alle vostre email?
«Sì, né alle lettere che abbiamo scritto all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa».

Come è nato il collettivo e come si è evoluto nel tempo?
«Abbiamo iniziato nel 2011, quando era ormai chiaro che Putin si sarebbe candidato per un terzo mandato. Ci dispiace di non aver fatto di più per contrastarlo, perché da allora la situazione è solo peggiorata. Ora assistiamo a questa orribile guerra in Ucraina, con tanti civili e soldati uccisi semplicemente per aver difeso la propria patria. E il Cremlino continua a esportare questa tendenza autoritaria in Europa e in tutto il mondo».

C’è qualcuno dei vostri attivisti che sta scontando una pena o che è sotto processo?
«Abbiamo tutti precedenti penali. Il gruppo stesso è stato designato come estremista lo scorso dicembre, anche solo ascoltarci o mettere like a un nostro post è considerato reato in Russia».

Quante persone fanno parte del collettivo e dove ha sede?
«Siamo un movimento decentralizzato, presente in tutto il mondo».

Come pensa che potrebbe finire il conflitto russo-ucraino?
«Con i nostri colleghi ucraini che entrano a Mosca su carri armati e veicoli blindati.

Quale futuro immagina per la Russia dopo Putin?
«Per ora sono solo favole: abbiamo bisogno che l’Ucraina ottenga la vittoria e mantenga la sua integrità territoriale, e che Putin se ne vada in qualsiasi modo. Solo allora si potrà pensare a un dialogo o alla possibilità che accada qualcos’altro. Fino a quel punto saranno solo fantasie. Adesso bisogna agire per dare all’Ucraina gli strumenti necessari per la vittoria, con mezzi militari, con qualsiasi mezzo, per proteggere il suo popolo, il suo territorio e la democrazia in Europa»

E’ preoccupata anche per la stabilità della democrazia in Occidente?
«Il Cremlino cercherà di spingere in questa direzione per poi puntare il dito contro altri Paesi e giustificare il proprio comportamento orribile. Non possiamo permettere che ciò accada e momenti come la Biennale di Venezia sono importanti perché rischiano di essere strumentalizzati allo scopo di normalizzare le azioni criminali russe».

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