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Quando la politica diffida dei vaccini: dall’obbligo pediatrico ai medici no vax riammessi

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Il reintegro dei medici no vax radiati dagli Ordini durante la pandemia è solo l’ultimo capitolo di una storia che attraversa la maggioranza di governo tra diffidenza verso gli obblighi vaccinali, polemiche sulla sicurezza dei sieri anti Covid e nomine contestate ai vertici degli organismi scientifici.

I precedenti

Una storia che ha finito per mettere in difficoltà anche il ministro della Salute, Orazio Schillaci, già rimasto quasi isolato quando decise di cancellare la nomina di due medici critici verso i vaccini nel comitato chiamato a orientare le politiche vaccinali del Paese. E che ora torna alla ribalta proprio mentre Sergio Mattarella denuncia la diffusione di «credenze irrazionali e fake news distruttive» contro le vaccinazioni.

Il precedente più clamoroso risale al luglio 2024, quando il senatore leghista Claudio Borghi presenta un emendamento al decreto sulle liste d’attesa per cancellare l’obbligo delle dieci vaccinazioni pediatriche introdotto dalla legge Lorenzin. Tra queste anche quelle contro morbillo, pertosse, rosolia e varicella. Vaccini che sarebbero rimasti gratuiti ma soltanto raccomandati. La proposta avrebbe eliminato anche il requisito vaccinale per l’accesso agli asili. Borghi nega di essere no vax, sostenendo che gli obblighi producano effetti controproducenti. Ma il tentativo scatena le proteste della comunità scientifica e si arena senza diventare legge.

Nello stesso periodo Giorgia Meloni annuncia che «sugli effetti avversi dei vaccini anti Covid il governo andrà avanti fino in fondo». Una dichiarazione che riporta al centro del dibattito la sicurezza dei vaccini, mentre la farmacovigilanza continua a distinguere le segnalazioni di sospette reazioni avverse dagli eventi per i quali è dimostrato un rapporto di causalità.

Ma è nell’estate del 2025 che le tensioni esplodono dentro il governo. Nel Nitag, il gruppo tecnico consultivo nazionale sulle vaccinazioni, vengono nominati Paolo Bellavite ed Eugenio Serravalle, due medici noti per le loro posizioni critiche sulle politiche vaccinali. La comunità scientifica insorge, gli Ordini protestano, oltre 34mila persone firmano una petizione contro quelle scelte. Schillaci decide di azzerare l’intero comitato, ma invece di ricevere il sostegno della maggioranza finisce sotto il fuoco degli alleati. Matteo Salvini lo attacca: «O si è distratto prima o si è distratto dopo». E aggiunge che «azzerare chi non la pensa come il mainstream non mi sembra scientificamente corretto». Il ministro Francesco Lollobrigida osserva che «non sempre il pensiero scientifico dominante è quello giusto». Il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, solleva dubbi sugli interessi che potrebbero nascondersi dietro la difesa della scienza. Schillaci, medico e professore universitario, resta a difendere una decisione che ha creato una frattura politica con una parte del centrodestra.

I medici radiati

Adesso a riaprire lo scontro è Fratelli d’Italia, con l’emendamento firmato da Alice Buonguerrieri, Imma Vietri e Maddalena Morgante che consente, a determinate condizioni, di chiedere la reiscrizione agli Albi ai sanitari radiati per fatti legati al Covid. Un provvedimento che ha provocato la durissima reazione di Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici. «Siamo sconcertati, amareggiati e delusi», denuncia Anelli, che parla di «una delegittimazione del ruolo degli Ordini professionali a tutela della salute individuale e collettiva». E soprattutto di «un affronto alle vittime del Covid e, tra loro, ai 383 medici e odontoiatri» morti continuando a curare durante la pandemia. Il punto, per il presidente della Fnomceo, non è la libertà di opinione ma il rispetto dei doveri professionali. «Non può infatti chiamarsi medico chi adotta e diffonde terapie antiscientifiche, che possono causare danni alla salute». Anelli ricorda che la radiazione rappresenta l’ultima e più grave sanzione disciplinare e che il Codice deontologico impone ai medici di fondare prescrizioni e terapie sulle evidenze scientifiche disponibili. Per questo giudica la possibilità di riammettere i radiati un’ingerenza nell’autonomia degli Ordini. «L’autonomia degli Ordini non è un privilegio delle professioni. È una garanzia per la collettività». Una garanzia, aggiunge, che tutela anche quel rapporto di fiducia nella medicina dichiarato dal 90% dei cittadini.

La norma ha superato il voto della Camera grazie anche al sostegno degli otto deputati di Futuro Nazionale, mentre Forza Italia ha manifestato riserve e annunciato la possibilità di modificarla al Senato. Resta così aperta una questione che va oltre il destino dei sanitari radiati: dove finisca la libertà di contestare le scelte sanitarie e dove cominci il dovere, per chi esercita la professione medica, di rispettare le evidenze scientifiche e tutelare i pazienti.

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