Quell’emozione di un gol che batte una super volée

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Siamo italiani, ovvero quel popolo che negli ultimi mesi ha tentato di trasformare uno sport elitario come il tennis in un fenomeno nazional popolare. L’illusione, poggiata sulla forza incontestabile dei nostri tennisti e del movimento, si è però infranta, o quantomeno ridotta drasticamente, contro le partite del mondiale di calcio in corso in Messico, Canada e Stati Uniti. Ce n’eravamo fatti una ragione: per la terza volta consecutiva la nostra nazionale di calcio non avrebbe partecipato, prolungando un’agonia e moltiplicando un’umiliazione che ci costringe a un livello nostalgia insopportabile (Caressa che grida «Alzala Fabio, alzala» oppure Martellini coi fatidici tre rintocchi «Campioni del mondo, Campioni del mondo, Campioni del mondo!»). Poco male. A farci sognare ci sarebbero stati Jannick Sinner e Flavio Cobolli, Matteo Berrettini e Lorenzo Musetti. Che vuoi che sia un mondiale Fifa in confronto a uno slam o a un torneo Atp?

Poche settimane fa per gli Internazionali io stesso ho visto sul Centrale del Foro italico scene da stadio calcistico, cori, esultanze, ole, ma anche fischi, improperi, spintoni (tafferugli no, ahimè: se si prescinde dal politicamente corretto, la tifoseria presuppone una passione estrema che sport esangui non potranno mai avere). Ho visto gente che fino al giorno prima non sapeva distinguere un rovescio da un dritto battere le mani compita discettando sulla fattura di un passante incrociato o una demi-volée (con cappellino e polo rubati a uno zio ricco o acquistati su una bancherella prima di entrare). Ebbene, a tutti questi entusiasti dell’ultima ora, a tutti questi happy few della gloria sportiva ritrovata (e traslocata nottetempo da uno sport all’altro), voglio dire che il calcio è lo sport più popolare e diffuso del mondo (si stimano almeno tre miliardi e mezzo di appassionati) per dei motivi imprescindibili. Tralascerò gli aspetti autoevidenti quanto minori, per esempio che si tratti di un gioco di squadra e che quindi richiami un’identificazione collettiva del tutto atavica. Da un punto di vista antropologico direi che il calcio è un fenomeno tribale. Nel tennis puoi interessarti e seguire le vicende di un singolo, sfiorando persino la maniacalità morbosa, ma difficilmente entreranno in ballo questioni come l’identità e il senso di appartenenza a un gruppo. Neppure la Coppa Davis, sorta di equivalente mondiale calcistico del tennis, riesce a scaldare troppo gli animi: sì, lo sportivo sa che si tratta di una competizione tra nazionali ma, appunto, è tutto troppo ragionato, troppo di testa.

Nel tennis c’è troppa consapevolezza. E troppa compita solitudine. Dei giocatori e dei loro tifosi. Ma veniamo al punto veramente dirimente. Un gol del calcio non potrà mai essere uguale a un punto del tennis, e non solo perché i gol sono molto più rari dei punti. È una questione di aspettativa a regolare le due discipline in modo antitetico. Nel tennis dai per scontato che il punto verrà fatto; nel calcio non puoi. Nel calcio il gol non è scontato come un punto nel tennis (indipendentemente da chi lo faccia, da chi vinca e chi perda), e questo cambia completamente l’approccio narrativo dell’evento. Col calcio hai letteralmente il cuore in gola per novanta minuti e quando qualcuno ha la ventura di segnare, quando il gol succede, è qualcosa di potente e spaventoso, d’eccitante e pericoloso. Qualcosa d’imprevedibile che, finalmente, accade. La componente liberatoria della palla che s’insacca in rete ha curato e cura milioni di persone. È qualcosa che la fitta liturgia tennistica dei game e dei set non potrà mai uguagliare. Basti raffrontare il boato di uno stadio contro gli applausi stitici conditi da interiezioni ben educate che seguono a ogni benedetto punto conseguito su un campo da tennis.

Nel calcio assistiamo a un abisso erotico, a un’estasi mistica, nel tennis soltanto a un’esultanza contenuta che non diventa mai escandescenza, a un rito di società come il tè delle cinque (un pelo più avvincente del backgammon). Sento già le obiezioni e vedo già i sopraccigli inarcati: eh, i punti del tennis sono tanti ma mica sono tutti uguali. Non si possono paragonare le fruizioni emotive di un game point, un set point, un match point. Verissimo, ma nascono depotenziate da un sistema che prevede comunque tantissimi punti, prima e dopo. Ecco spiegata la ragione del perché, nonostante tutto, ci ritroviamo a scegliere una nazionale B da tifare in Messico, Canada e Stati Uniti, completamente avvinti dall’assurdo mondiale a quarantotto squadre e sedicesimi di finale di Infantino. Con uno strano groppo in gola anche guardando la Costa d’Avorio contro l’Ecuador o la Scozia contro Haiti.

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