
Ospedale Molinette: un filo elettrificato per riaprire l’aorta. Un quarantenne con «Sindrome di Marfan» è stato salvato in due tempi: prima la cardiochirurgia d’urgenza, poi in Chirurgia Vascolare una «settotomia aortica endovascolare» con guida elettrificata, eseguita per la prima volta con successo in Italia in un quadro genetico così fragile.
Dissecazione aortica e Sindrome di Marfan: cos’è la malattia
La malattia La dissecazione aortica è una malattia altamente pericolosa per il rischio di rottura del «tubo» principale del corpo umano e della conseguente emorragia, dovuta ad una degenerazione della parete della aorta. In pazienti giovani, la dissezione può essere causata da una malattia genetica: la sindrome di Marfan è la tipica espressione di tale patologia. Ne erano affetti Niccolò Paganini, Abramo Lincoln e Charles de Gaulle, tra i più famosi.
Come funziona l’aorta e cosa succede durante una dissezione
«L’autostrada del corpo» L’aorta è l’autostrada principale del corpo: nasce dal cuore e distribuisce il sangue al cervello, agli arti, ai reni e all’intestino. Nella dissezione, lo strato interno della parete si scolla e il sangue crea un secondo canale. La lamella che si forma può comprimere il passaggio vero, chiudere le arterie dirette agli organi o, nel peggiore dei casi, favorire la rottura dell’aorta e un’emorragia fatale. Nei pazienti con sindrome di Marfan, malattia genetica del tessuto connettivo, quella parete è ancora più fragile.
I sintomi e la corsa in Cardiochirurgia
I sintomi Il dolore arriva all’improvviso. È forte, profondo, dal torace all’addome. Per l’uomo le immagini confermano il peggiore dei sospetti: la parete dell’aorta si è separata lungo quasi tutto il suo percorso. Comincia così una doppia sfida chirurgica, culminata in una procedura tanto precisa quanto rischiosa: incidere dall’interno la membrana che impediva al sangue di raggiungere adeguatamente reni, intestino e una gamba. La priorità è impedire la rottura dell’aorta, il paziente viene trasferito rapidamente in Cardiochirurgia.
Il primo intervento per salvare il cuore e riparare l’aorta
Il primo salvataggio Il professor Mauro Rinaldi e la sua équipe cardiochirurgica affrontano il primo tempo dell’emergenza. Riparano la valvola aortica e quella mitrale, sostituiscono l’aorta ascendente e l’arco aortico. L’intervento riesce: cuore e tratto prossimale sono messi in sicurezza. Ma la dissezione continua fino alla terminazione dell’aorta e, nonostante l’operazione, reni e intestino ricevono ancora meno sangue del necessario. Il cuore è salvo, la corsa no.
Settotomia aortica endovascolare: la tecnica della «cerniera»
La tecnica della «cerniera» Il professor Fabio Verzini, direttore della Chirurgia Vascolare universitaria, propone una soluzione fuori dall’ordinario: una settotomia aortica endovascolare con guida elettrificata. In termini semplici, significa raggiungere l’aorta dall’interno e tagliare longitudinalmente il setto della dissezione, senza aprire l’addome e senza affrontare direttamente dall’esterno una parete già molto fragile. E per la prima volta la tecnica viene utilizzata sul paziente colpito da una sindrome genetica della parete aortica. Nella sindrome di Marfan il margine di errore è minimo: un gesto troppo energico può trasformare una procedura di salvataggio in una rottura dell’aorta. Il piano viene costruito nei dettagli anche grazie alla collaborazione scientifica con il Centro di Houston (diretto dal professor Gustavo Oderich).
Come funziona l’intervento mininvasivo con il filo elettrificato
Accesso mininvasivo A Torino la Cardiochirurgia, con Rinaldi, il dottor Michele La Torre e i colleghi, resta pronta ad intervenire in caso di rottura. L’accesso avviene in modo mini-invasivo attraverso le arterie dell’inguine. Sotto guida radiologica, un sottile filo metallico raggiunge la membrana che divide l’aorta. Poi viene elettrificato e usato come uno strumento di incisione controllata. Millimetro dopo millimetro, il setto viene aperto longitudinalmente, come una cerniera lungo una piega sbagliata: i due flussi tornano a comunicare e la lamella smette di ostacolare le arterie dirette agli organi. È il passaggio più delicato: il filo avanza guidato dalle immagini, finché il sangue torna a raggiungere adeguatamente reni e intestino. La complicanza più temuta, la rottura dell’aorta, non si verifica. La procedura viene eseguita dall’équipe di Chirurgia Vascolare universitaria con Verzini e il dottor Matteo Ripepi, insieme al dottor Andrea Discalzi della Radiologia universitaria diretta dal professor Paolo Fonio. L’assistenza è garantita dal dottor Cristian Salonia e dai colleghi di Anestesia e Rianimazione 2 (diretta dalla dottoressa Chiara Melchiorri), nel Dipartimento guidato dal dottor Maurizio Berardino.
Il paziente lascia le Molinette tre giorni dopo l’operazione
Tre giorni dopo Il recupero è sorprendentemente rapido. Tre giorni dopo la procedura il paziente lascia l’ospedale, senza necessità di riabilitazione. La brevità del ricovero non ridimensiona la gravità di ciò che è accaduto: al contrario, misura l’efficacia di una strategia costruita in due tempi e adattata all’evoluzione della malattia. Il caso rilancia anche il messaggio della campagna «Think Aorta»: davanti a un dolore toracico o addominale improvviso, pensare subito all’aorta può significare non perdere il minuto decisivo. «L’ospedale Molinette si conferma ancora una volta un centro di eccellenza e innovazione, dove anche i casi più complessi trovano soluzioni avanzate. Sempre più pazienti scelgono la nostra struttura, riconosciuta per la capacità di trasformare in realtà ciò che altrove appare impossibile», dichiara Livio Tranchida, direttore generale Città della Salute. Un altro intervento decisivo.
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