Riccardo Muti e la dedica alle vittime di Crans-Montana: “La musica può lenire le nostre ferite”

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Eccola servita a Ravenna la vera festa popolare della Repubblica. A officiarla il maestro Riccardo Muti che di anni ne ha una manciata in più degli ottanta dell’Italia risorta ma conserva una verve altrettanto giovane. Lo spirito della ricorrenza non solo Muti l’ha compreso appieno, ma l’ha anche restituito ai fortunati quattromila che hanno approfittato di così grande privilegio.

L’idea è semplice e, proprio per questo, geniale. L’anno scorso l’assaggio e dato il successo di gusto alto, quest’anno si è replicato regalando un significato ancor più profondo. Qui non si tratta di seguire un concerto bensì di farlo. Da tutta Italia sono partite truppe di amanti della bella musica con voci allenate o meno, pronti a far parte del coro speciale del maestro Muti per due giorni di prove intensissime. E non si tratta di mettere in piedi un concerto da giacca e cravatta, qui la gioia finale è cantare assieme, signore bene e operai, studenti e bambini. Tutti in fila per l’iscrizione e poi divisi in voci, bassi, soprano, mezzo soprano, tenori: 3.546 coristi di cui 459 cori 696 coristi, 116 voci bianche.

Il più anziano vanta 93 anni e si chiama, ride Muti nel nominarlo, Benito. La più piccola è Carlotta, un peperino che Muti definisce «comandessa», ha 6 anni, viene da Cagliari e come tutti legge gli spartiti. Il grande direttore d’orchestra è perfetto nel suo formaggio, scherza, gioca, racconta aneddoti, corregge tra un fraseggio e l’altro, racconta la storia della musica italiana e dunque dell’Italia, la storia europea della musica colta e gli intrecci con la politica di ieri e di oggi. L’uditorio, si diceva è composito e sfaccettato per età, provenienza geografica, esperienze, eppure all’unisono tacciono mentre Muti, come pifferaio di Hamelin, li conduce dove vuole, tra i meandri dell’inaspettato, soprattutto.

Cantano e diventa un momento liberatorio che eleva, lenisce, quasi un passaggio salvifico. Tutto è reso facile e mai banalizzato, tutto è reso piano e mai semplificato. È la festa della gente, del popolo eletto dalla musica, quello che altrove si è cercato nella complicatezza senza ottenerlo. Il titolo di questo secondo viaggio nella coralità è «Cantare amanti est», il canto è di chi ama tratto da Sant’Agostino, dedicato quest’anno al ravennate Don Giovanni Minzoni, sacerdote e partigiano, trucidato nel 1923 dai sicari di Italo Balbo.

Lo fermiamo trafelato: Muti, che Italia ha incontrato in questi due giorni di musica folle e disperata? «L’Italia vera, onnicomprensiva. Ho trovato l’humus sorgivo di anime che per natura portano questo dono del canto. Arrivano da ogni parte d’Italia con grande entusiasmo, si pagano viaggio, vitto e alloggio per esserci. Sono la mia speranza. Abbiamo lavorato bene e mi piacerebbe inviare una registrazione di quanto fatto al Papa, agostiniano che crede nella potenza aggregatrice della musica. La musica è elemento dell’anima, fa parte della natura. Oggi purtroppo, nel mondo, stanno torturando la musica nel rumore. Fellini disse “facciamo silenzio per poterci sentire”. Io tremo per i nostri figli e nipoti perché solo la musica e il canto possono lenire le nostre ferite. Spiritualità e disciplina, è commovente vedere tanta gente che ascolta in silenzio nel desiderio di apprendere. Ai politici dico: avete capito quanta sostanza c’è nella gioventù vera?».

Quasi si commuove Muti che invece riprende tutta la sua forza polemica e rivoltosa quando si parla di ciò che non approva. Innanzitutto l’Inno nazionale che certamente non sarà una composizione a lui musicalmente gradita. Però fa di tutto per non assimilarla alla marcetta. Dunque la bordata: «La cattiva abitudine arriva dagli americani, quella di far cantare l’Inno nazionale da una sola persona. Invece l’Inno va intonato dalla moltitudine, dalla massa corale, forte di una potenza che il singolo non può avere.

Figurarsi quando gli si mostra il video di ieri, con Andrea Bocelli che canta l’Inno di Mameli, da solo ai Fori Imperiali a Roma: «Appunto, ecco qua. Ora non voglio riferirmi al cantante, sarebbe volgare, ma è il concetto stesso di Inno ad essere tradito. Però se si chiede chi ha cantato l’Inno, uno, Bocelli. Le alte cariche dello Stato invece di dare spazio al popolo per potersi esprimere, chiamano uno. Solo». Parla di pace Muti: «Abbiamo mandato un messaggio che travalica tutte le ideologie, la musica è superiore. Come quando si va in Chiesa, “Missa Est”, la nostra preghiera è stata mandata».

Due giorni di studio con Ave Verum corpus di Mozart, «una pagina piovuta dal cielo nelle mani di Mozart sei mesi prima che morisse a 35 anni», dedicata a Riccardo Minghelli, uno dei ragazzi morti a Crans-Montana il cui padre era seduto in sala. «Qui c’è anche il coro di Roma, che ha cantato al suo funerale. Il babbo Massimo trova nella musica, nella figlia, nel resto della famiglia, conforto a una tragedia così immane. E vorrei che l’Ave verum lo dedicassimo a tutti i giovani e meno giovani che sono morti in quell’orrendo fuoco per colpevolezza e superficialità e delinquenza di altri». Dunque Casta Diva da Norma di Vincenzo Bellini, «l’autore adorato da noi in patria mentre in Francia dove morì fu gettato in una fossa senza onori; ora riposa a Catania dopo che il suo popolo chiese indietro la salma arrivata in treno da Parigi tra mille onori». Il soprano Maria Grazia Schiavi ha interpretato la sacerdotessa Norma e Isabella Lozzi, ha suonato il flauto. Dunque il prologo dal Mefistofele di Arrigo Boito e il coro a cappella dalla Messa da Requiem di Giuseppe Verdi. Appuntamento all’anno prossimo.

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