Diciannove anni dopo, Ricky Memphis torna a vestire la divisa in tv. «È vero, è passato un po’ di tempo: l’ultimo ruolo risale al 2007 con Milano Palermo – il ritorno», conferma l’attore, che tutti ancora ricordiamo per Distretto di polizia e che ritroviamo in versione maresciallo nella serie tv Estranei su Rai2. «Stavolta però non sono un poliziotto ma un carabiniere e pure un po’ antico, come si dice qui a Roma». Il suo personaggio vuole essere lo specchio dell’italiano medio: buono nell’animo ma pieno di pregiudizi introiettati più o meno consapevolmente. «Il primo della lista è che a delinquere è sempre qualcuno con la pelle diversa dalla nostra», chiosa Memphis. «Il mio maresciallo è anche maschilista: patisce che la protagonista (Elena Radonicich) sia più brava di lui e persino donna».
Un po’ come ha fatto Aldo Cazzullo con Una giornata particolare, anche lei consiglierebbe la visione a Vannacci?
«Gli suggerisco di andare a farsi anche un bel giro nei luoghi in cui Estranei è stata girata. E magari di portarsi dietro Matteo Salvini. La comunità indiana sikh, che raccontiamo, esiste davvero a Correggio e dintorni ed è perfettamente integrata con il resto della città. Quando non la mandi via, la gente si integra. Poi certo, ci sono pure quelli che delinquono ma si tratta di una minoranza. Perché insistere a raccontare solo quei pochi?»
Possiamo davvero essere una grande famiglia?
«L’estraneo è colui che non vuoi conoscere o che non vuole farsi conoscere. Basta volerlo e non esisterebbero più stranieri. Il problema è che l’unità, intesa come comunità di intenti positivi, è uno dei grandi valori perduti: ormai ognuno guarda solo ai fatti propri e tira dritto per la sua strada. Mi preoccupa tutto questo individualismo ma mica per me: ormai la vita mia l’ho fatta, e chissà per quanto ci sarò ancora. Le mie preoccupazioni sono tutte per le mie figlie che sono piccole e avranno purtroppo il tempo di vedere lo schifo che verrà prodotto dallo schifo che c’è già».
C’è qualcosa che la inquieta più di altro?
«Un po’ tutto, perché dalla guerra alla peste in Siberia pare che ogni cosa sia collegata. Regna un clima di follia, anche se non mi piace chiamarla così perché suona come un alibi. Non è un raptus collettivo: sotto c’è tanta cattiveria e infamità. I potenti del mondo sono dei pericolosi narcisisti».
Che però abbiamo votato noi…
«Non noi: loro. Io mi riferisco a Trump e Putin, non all’Italia. I nostri non sono narcisisti così pericolosi anche perché non hanno tutto ‘sto potere».
Ha mai rinunciato alle urne?
«Mai, anche se diventa ogni volta più difficile trovare un programma nel quale riconoscersi. Alla fine scelgo il meno peggio. Sicuramente non voterò Vannacci: secondo me non piacerebbe nemmeno a mio padre che era talmente di destra da volermi chiamare Benito. Almeno, così mi hanno raccontato: ho pochi ricordi di lui, perché è morto quando io ero piccolo».
Rivendica di avere una “cultura stradarola”. Dei circoletti del cinema, non se ne cura?
«Non è che lo rivendico: è cronaca, perché vengo dalla strada e lì sono ancora. Quanto ai circoletti, non li frequento ma mica per qualcosa: è che non ho proprio capito dove stanno. Tutti a dire “’sti circoletti, ‘sti circoletti” ma fate per favore i nomi: fatemi capire. Anche perché i grandi registi non hanno mica bisogno dei circoletti, al massimo si scelgono, come succede anche in America, i loro attori feticcio».
Dopo “I Cesaroni”, ormai lei sarà quello di Claudio Amendola?
«Non credo poco: Claudio ha probabilmente qualcuno molto più bravo di me a cui rivolgersi. E poi la nostra è un’amicizia che ha sempre guardato oltre il lavoro. Gli voglio molto bene».
Anche a lei, come il suo maresciallo, è capitato di sentirsi meno bravo di alcune colleghe?
«Sono felice che la serie racconti questa dinamica perché finora è sempre stata un tabù. Quanto a me, non è che sto lì a misurare se uno è più o meno bravo di me, anche perché non sono mai stato un grande lavoratore. Di solito penso direttamente: “Ammazza che brava”. Mi è capitato per esempio con Paola Minaccioni: è una delle più brave del nostro tempo, si meriterebbe ancora più visibilità».
Ci sarà un bis de “I Cesaroni”?
«Non lo so. Sulle piattaforme è andato molto bene, mentre su Canale 5 ci ha penalizzato la messa in onda. Le 22 non è prima serata, forse manco seconda: per chi deve andare a scuola o al lavoro, è già notte».
Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it






