Con il decreto Primo maggio il governo ha annunciato una svolta nella tutela dei lavoratori delle piattaforme digitali. Nuove regole sulla qualificazione dei contratti, obblighi di trasparenza sugli algoritmi, lotta alla cessione illegale degli account: sulla carta, una rivoluzione. Nella pratica, secondo chi lavora ogni giorno contro lo sfruttamento da parte delle piattaforme, si tratta soprattutto di un riassunto di norme già in vigore ma che finora non hanno garantito tutele. «Dopo tutte le evidenze di grave sfruttamento, di contributi non versati, paghe da fame, dispositivi di sicurezza mai forniti, dopo dieci anni di lotte e denunce, questo decreto non agisce in modo determinante, ma fa tanto rumore per un sussurro – dice l’avvocata Giulia Druetta, che da anni segue cause a difesa dei rider -. È una riorganizzazione di diritti e obblighi già esistenti e già sistematicamente ignorate».
Il testo e la subordinazione
Il cuore del provvedimento è l’articolo 12, che stabilisce come debba essere qualificato il rapporto tra le piattaforme e i loro operatori. La norma stabilisce che quando una piattaforma esercita poteri di organizzazione o controllo – anche attraverso un algoritmo – il rapporto si presume subordinato, salvo prova contraria. In altre parole, tocca all’azienda dimostrare che il rider è davvero autonomo, e non il contrario.
Questa battaglia, la più rivoluzionaria in apparenza, in realtà è stata già combattuta tra il 2017 e il 2020, culminata nella sentenza della Corte di Cassazione. «Quella pronuncia – spiega Druetta – aveva già stabilito che i rider etero-organizzati dalle piattaforme devono essere trattati come lavoratori subordinati, indipendentemente dalla classificazione contrattuale». Una legge del 2019 aveva poi esteso ai rider autonomi l’obbligo di applicare i contratti collettivi di settore. «La presunzione di subordinazione introdotta dall’articolo 12 sposta l’onere della prova a vantaggio del lavoratore, è un elemento positivo – riconosce Druetta – ma non elimina la necessità di ricorrere in giudizio. Non dico che sia inutile, però bisognerà comunque sempre passare da una causa». Una strada cioè percorribile per il singolo, ma che non la rende praticabile per un settore che conta circa 30mila persone che dovrebbero singolarmente fare causa per avere riconosciuto un diritto.
Il vero problema, secondo Druetta, è a monte: «Queste piattaforme non seguono le norme. Non pagano i contributi, non applicano i contratti collettivi, ignorano sistematicamente la normativa vigente – quella sul lavoro autonomo, quella sul lavoro etero-organizzato, quella sul lavoro subordinato». In questo senso, l’unica misura che giudica concretamente utile è l’obbligo esplicito di tenuta del libro unico del lavoro: «Già le piattaforme erano tenute a rispettarlo, ma dirglielo esplicitamente comunque aiuta, e vediamo se questa volta lo fanno».
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Nessuna sanzione per le piattaforme
Tre sono i punti che Druetta individua come criticità esplicite del testo. Il primo riguarda le sanzioni. Il decreto prevede multe solo per la cessione degli account, ma non introduce alcuna sanzione economica diretta per le piattaforme. Restano così prive di conseguenze immediate le violazioni già ampiamente documentate: mancato versamento dei contributi INPS, mancata applicazione dei contratti collettivi, omessa fornitura dei dispositivi di sicurezza previsti dal Testo Unico vigente dal febbraio 2020. «Finché non si mette mano alle loro casse, finché non si obbligano a pagare i contributi non versati dal 2020 ad oggi – centinaia di milioni di euro – difficilmente cambieranno comportamento».
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Il boomerang sulla cessione degli account
Il secondo riguarda l’autenticazione tramite Spid, presentata come strumento per contrastare la cessione degli account – pratica diffusa tra chi, vedendosi bloccare il profilo dalla piattaforma senza motivazione, ricorre alle credenziali di un collega. Per l’avvocata si tratta di una misura inefficace e controproducente su due fronti. Da un lato penalizza chi lavora regolarmente ma non ha accesso allo Spid per ragioni legate alla burocrazia e al permesso di soggiorno; dall’altro non impedisce a chi vuole aggirare la norma di farlo, semplicemente cedendo il codice di accesso all’identità digitale. Sul piano applicativo, poi, potrebbe diventare un boomerang contro i rider, perché le piattaforme stanno licenziando rider che usano due dispositivi – non due account, ma due telefoni, l’unico modo per reggere dodici ore di lavoro con la geolocalizzazione costantemente attiva. «La norma rileva chi utilizza più telefoni, ma non è quello il problema: il problema è chi utilizza più account o cede il proprio».
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Le ragioni oggettive che annullano lo sfruttamento
Il terzo è il più delicato sul piano giuridico. Nel capitolo dedicato alla lotta al caporalato digitale, quattro comportamenti vengono identificati come indici di sfruttamento: ritmi di lavoro sproporzionati, compensi sotto i minimi contrattuali, utilizzo di identità altrui, trattenute abusive sui compensi. Sono gli stessi criteri già utilizzati con successo dalla procura di Milano nel caso Uber. Un inciso finale, contenuto nel decreto primo maggio, però, li neutralizza parzialmente. Secondo il testo, infatti, questi criteri costituiscono indici di sfruttamento «se non giustificati da specifiche ragioni oggettive, anche nel contesto digitale».
Una formulazione che Druetta giudica non solo oscura, ma pericolosa: «Non si comprende quali possano essere le ragioni oggettive di ritmi massacranti o di trattenute abusive. È un inciso che non esisteva nella normativa previgente e che apre a giustificazioni prima precluse». Introdurre ora una clausola di salvaguardia su indici già collaudati in sede penale rischia di indebolire proprio gli strumenti che hanno già dimostrato di funzionare.

La mancanza di dispositivi di sicurezza
Sul piano della sicurezza sul lavoro, infine, il decreto non introduce nulla che non fosse già previsto. Il Testo Unico è applicabile ai rider dal 2020 e imporrebbe già alle piattaforme di fornire caschi, biciclette e dispositivi di protezione adeguati. Ciò che le piattaforme fanno in realtà – oltre una certa soglia di consegne – è distribuire un caschetto e un giubbotto catarifrangente, con un corso di sicurezza online da mezz’ora. «Se paragono gli strumenti di sicurezza dati ai postini con quelli dati ai rider: i postini non possono nemmeno tenere i carichi sulle spalle, mentre il rider deve portare un cassone pesante che crea disequilibrio sulla bici e problematiche muscoloscheletriche». L’intervento che considera davvero incisivo resta quello della procura di Milano, che ha avviato indagini sulle piattaforme per sfruttamento del lavoro: «Lo vedo molto più forte e risolutivo».
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