Rilancio di Unicredit su Generali: cosa c’è dietro la mossa di Orcel

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Andrea Orcel scommette sullo stallo nella governance di Generali e sale all’8,7% del Leone, ma la scalata potrebbe non essere finita. Nel giorno in cui l’assemblea di Trieste era chiamata ad approvare – sostanzialmente all’unanimità – bilancio, dividendi e buyback, il faro si accende ancora una volta su Unicredit. La banca già impegnata nella scalata a Commerzbank si è presentata all’assise con un 2% in più (potrebbe essere più alto considerando eventuali strumenti derivanti) rispetto al 6,68% dell’anno scorso: una quota che rende Piazza Gae Aulenti il terzo azionista del Leone alle spalle di Mps che attraverso Mediobanca ne detiene il 13,2% e della Delfin degli eredi Del Vecchio fermi al 10,05 per cento.

L’arrotondamento di Orcel, colloca la banca davanti all’imprenditore romano Francesco Gaetano Caltagirone (6,26%) e ai Benetton (4,86%). Soprattutto, però, riapre gli interrogativi sul futuro del Leone. Unicredit continua a definire la partecipazione come «un investimento finanziario»: una spiegazione che si giustifica anche con l’incasso di dividendi per 216 milioni di euro. Eppure, non convince fino in fondo gli addetti ai lavori. Un po’ perché si tratta di un investimento finanziario da quasi 1,2 miliardi di euro; un po’ perché si inserisce in un contesto di risiko bancario in continua evoluzione.

Dal punto di vista finanziario, lo scorso anno Unicredit costruì la sua posizione sfruttando le oscillazioni di Borsa a investendo in derivati: negli ultimi dodici mesi, invece, il titolo del Leone è salito senza sosta guadagnando il 20% e portandosi ai massimi storici di 37,66 euro.

Dal punto di vista industriale, invece, c’è un posizionamento forte all’interno del nuovo quadro che si sta delineando sull’asse tra Siena, Mediobanca e Trieste. In considerazione della rottura che si è creata in Mps tra Caltagirone e Delfin con la finanziaria della famiglia Del Vecchio che si è schierata con la lista dell’ad Luigi Lovaglio estromesso dai candidati del cda. Delfin avrebbe voluto astenersi, ma la Bce avrebbe fatto presente alla società che il primo azionista di una banca non può disinteressarsi della sua governance. A questo punto la scelta – caldeggiata anche dal presidente di Mediobanca Vittorio Grilli – è ricaduta su Lovaglio.

Unicredit, quindi, si mette alla finestra in attesa di capire se il terzo polo bancario vedrà la luce con un’alleanza tra Banco Bpm e Mps – operazione vista con favore dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, ma che presenta diverse complessità; a cominciare dalla presenza dei francesi di Crédit Agricole nel capitale di Piazza Meda.

A questo punto il peso di Generali sarebbe destinato a cambiare radicalmente. Motivo per cui Orcel ha interesse a valorizzare la partecipazione e a stringere i rapporti con uno storico partner industriale. Con il quale, peraltro, potrebbe anche voler allargare il raggio d’azione oltre il Centro e l’Est Europa. Opzione che piacerebbe anche al ceo di Generali Philippe Donnet: d’altra parte Unicredit sarebbe il perfetto partner industriale. Un po’ perché l’asset management del gruppo guidato da Orcel è ancora piccolo e un po’ perché di fatto non ha fabbriche prodotto. Generali, quindi, potrebbe far crescere le masse gestite e aumentare il portafoglio di prodotti da distribuire. E per il Leone una capacità distributiva come quella di Unicredit potrebbe rappresentare un asset per aumentare la penetrazione all’interno del Paese. Senza dimenticare che nel 2027 scadrà l’accordo tra Piazza Gae Aulenti e i francesi di Amundi. Di più: un accordo con Trieste taglierebbe fuori dalla partita, per ora, Intesa Sanpaolo. Certo, la banca guidata da Carlo Messina ha più volte ribadito di voler rimanere spettatrice del risiko bancario, ma una mossa così decisa di Orcel sul Leone difficilmente lascerà insensibile Cà de Sass. Motivo per cui se Delfin decidesse di ridurre la quota, Intesa potrebbe riaprire il dossier sul Leone.

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