L’intelligenza artificiale ridisegnerà il mondo, distruggendo vecchie certezze e forgiando nuove ricchezze. Alvin Roth non nutre alcun dubbio. Il premio Nobel per l’Economia 2012 analizza i mercati globali cercando di leggere i grandi cicli della storia umana. La tecnologia promette prosperità, eppure il cammino appare ostico, segnato da rovine finanziarie e sfide per la tenuta dei sistemi democratici. «L’intelligenza artificiale ci renderà più prosperi nel lungo termine, ma la transizione sarà dura e non tutti ci guadagneranno», avverte l’economista che questa settimana sarà al Festival internazionale dell’Economia di Torino. Tra l’euforia di Wall Street e i focolai geopolitici, le istituzioni annaspano e rincorrono l’innovazione.
Le valutazioni del comparto tecnologico toccano livelli stratosferici e l’indice S&P 500 continua a infrangere record. Siamo di fronte a una allocazione efficiente del capitale o osserviamo una massiccia asimmetria informativa sui mercati?
La risposta a questo interrogativo emergerà con chiarezza solo tra cinque anni. L’intelligenza artificiale possiede un potenziale dirompente e potrebbe rivelarsi uno strumento di inestimabile valore. Questo fatto non garantisce profitti per tutti gli investitori odierni. Assistiamo alla costruzione di innumerevoli data center negli Stati Uniti e nel resto del mondo. L’entusiasmo per le nuove architetture assorbe capitali immensi.
Quale sorte toccherà a chi finanzia queste immense infrastrutture?
Molti costruttori e pionieri finiranno in bancarotta prima di poterne raccogliere i benefici economici. Le infrastrutture fisiche rimarranno sul terreno. Altri soggetti finanziari subentreranno in una fase successiva. Acquisteranno quegli stessi data center a prezzi di saldo, generando enormi ricchezze e avviando progetti produttivi su vasta scala.
Siamo all’alba di una nuova rivoluzione industriale?
I parallelismi storici risultano sempre utili. Pensiamo all’avvento dei motori a vapore. Offrendo l’opportunità di scommettere su quella tecnologia agli albori dell’era industriale, molti avrebbero fatto una mossa logica. Eppure, non tutti i costruttori di macchine a vapore si sono trasformati in industriali di successo.
Le grandi scoperte del passato, come il fuoco, hanno avuto una diffusione decentralizzata. L’intelligenza artificiale sarà un mercato dominato da pochissimi vincitori o diventerà una risorsa condivisa?
L’esempio del fuoco inquadra il problema nella giusta prospettiva. Nessuno ha inventato il fuoco dal nulla in un singolo momento. Molte persone in epoche antiche hanno imparato a controllarlo, usandolo per cucinare il cibo e per difendersi dai rigori dell’inverno. Quel tipo di innovazione vitale si è diffusa in tutto il pianeta senza un controllo centrale. L’idea di domare le fiamme ha stimolato la tecnologia necessaria per gestirle in sicurezza.
Cosa ne consegue per gli algoritmi di oggi?
La vera incognita riguarda la struttura finale di questo mercato. Dobbiamo capire se i creatori prenderanno tutto il banco o se la potenza di calcolo diventerà una materia prima accessibile a chiunque. La società umana manifesta un bisogno inesauribile di intelligenza e di capacità analitica. L’abbondanza di intelligenza artificiale diffusa potrà rivelarsi cruciale per il progresso di ogni settore.
L’intervista
Michael Spence: “Debiti sovrani e tassi in crescita. Più tasse e tagli per arginare la crisi”

I mercati del lavoro tremano di fronte all’automazione. L’occupazione globale reggerà l’urto o vedremo intere categorie professionali sostituite dalle macchine?
Le transizioni tecnologiche portano con sé disagi e dolori profondi. Conservo un radicato ottimismo sulle prospettive dell’umanità nel lungo periodo. Ho vissuto a Pittsburgh all’inizio degli anni Ottanta. All’epoca la città era il cuore pulsante della produzione di acciaio americana. Ho visto le grandi acciaierie chiudere i battenti sotto i colpi dei cambiamenti macroeconomici.
Che impatto ha avuto sui lavoratori di allora?
Per i dipendenti di mezza età la transizione si è rivelata un dramma. Chi lavorava in quegli impianti non ha mai più trovato un’occupazione altrettanto valida e gratificante.
E per le nuove generazioni di quella città?
I giovani appena usciti dalle scuole superiori hanno evitato le fabbriche in declino. Hanno intrapreso percorsi del tutto diversi. Oggi Pittsburgh eccelle nella robotica e nella ricerca medica. Nel lungo termine l’intelligenza artificiale ci renderà più prosperi.

Una concentrazione tecnologica così marcata e potente minaccia le fondamenta delle nostre democrazie?
Le massicce disuguaglianze economiche rappresentano un pericolo insidioso per la tenuta democratica. Il settore tecnologico procede a ritmo vertiginoso e tende a creare monopoli locali naturali. E l’infrastruttura di base favorisce la concentrazione. Le aziende leader in questi comparti godono di barriere all’ingresso formidabili e affrontano una concorrenza ridotta.
Questa brama di supremazia spegne l’innovazione sui mercati?
Chi conquista la vetta del mercato fa di tutto per mantenerla. Col passare del tempo gli scenari mutano. Un decennio fa l’Ibm dominava il settore, poi la sua posizione si è ridimensionata di fronte ai nuovi colossi. I monopoli temporanei riescono a promuovere scoperte, pur sopprimendo le forze competitive sul nascere.
Da dove nascono i rischi maggiori per la stabilità globale?
Le minacce politiche alla democrazia destano in me molta più preoccupazione rispetto agli scossoni sul mercato del lavoro. Assistiamo all’ascesa di figure autocratiche di destra in diverse parti del mondo, Stati Uniti compresi. Non sappiamo a quali conseguenze porterà questa concentrazione di potere. Molte alleanze storiche subiscono incrinature e il commercio internazionale perde vigore. Persino il dollaro rischia di smarrire la sua stabilità come valuta di riferimento.
Spostiamo l’attenzione sulla finanza. Il credito privato e il sistema bancario ombra crescono fuori dai radar. Esiste un rischio sistemico per l’economia mondiale?
I pericoli sistemici si accumulano ed è un processo quasi fisiologico. L’innovazione viaggia sempre con parecchi passi di anticipo rispetto alla regolamentazione istituzionale. Dopo i disastri della Grande Depressione abbiamo compreso la necessità di governare le banche, assicurando i depositi per evitare il panico.
Poi il mercato ha trovato nuove scappatoie.
Nuove e agili istituzioni finanziarie hanno iniziato a operare ai margini del sistema. Raccoglievano fondi a breve termine per finanziare prestiti a lungo periodo. Si comportavano come banche tradizionali ma non portavano quel nome, sfuggendo ai rigidi controlli normativi. Questa architettura ha innescato la crisi del 2008.
I regolatori di oggi hanno imparato la lezione?
Abbiamo introdotto nuove regole per arginare gli strumenti più speculativi. Le vecchie normative diventano però obsolete, rimangono in vigore oltre il loro ciclo vitale, mentre nuovi rischi si formano fuori dal recinto di sorveglianza. I mercati necessitano di regole ferree. Assisteremo alla stesura di nuovi quadri regolatori solo dopo aver superato la prossima bufera finanziaria.
L’inflazione mostra segnali di rigidità e i debiti sovrani mordono le economie. La scienza economica ha le risposte per prevenire futuri tracolli?
L’economia reale differisce dai mercati finanziari ed è intrisa di incertezze. Prevedere le traiettorie future rimane il compito più difficile in assoluto. Il mio collega Bob Hall ha dedicato studi approfonditi al peso delle aspettative. Le convinzioni dei consumatori sugli scenari futuri condizionano l’economia in modo tangibile.
I governi tengono conto di queste dinamiche strutturali?
Le scadenze elettorali segnano il passo delle decisioni. Alcuni governi affrontano le sfide di lungo respiro in modo costruttivo, altri si rifiutano di farlo. Sarò a Gerusalemme prima del voto locale e tornerò negli Stati Uniti da Ginevra proprio a ridosso delle nostre elezioni. Esprimere il proprio voto risulta essenziale, perché il destino della finanza pubblica passa dalla politica. Le tornate elettorali determinano la reale volontà delle istituzioni di affrontare con sobrietà i pericoli imminenti.
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