L’economia globale si sta scontrando con una crisi energetica di vasta scala ben peggiore delle previsioni. L’attacco dei ribelli yemeniti Houthi contro due petroliere saudite – Encelia e Layla – nel Mar Rosso paralizza le rotte commerciali marittime, spingendo il greggio Brent oltre la soglia dei 100 dollari al barile per la prima volta dallo scorso maggio.
Un disastro logistico che minaccia di alimentare la spirale dell’inflazione, costringendo le banche centrali a rivedere le mosse future. Un allarme confermato dalla presidente della Banca centrale europea (Bce) Christine Lagarde, la quale ha spiegato come gli ultimi sviluppi «sono allarmanti» e avranno un impatto sui prezzi, un effetto visibile sul barile «che cambia quasi di ora in ora». E che costringe Francoforte a prendere tempo, con tassi invariati nella riunione di ieri e sempre più possibilità concrete di un ulteriore rialzo a settembre.
L’impatto finanziario del blocco navale e della paralisi nello Stretto di Hormuz assume i contorni di uno choc sistemico per la catena logistica. Stress che si abbatte sulle Borse globali mandandole in tilt, dall’Asia a Wall Street, passando per l’Europa, con Piazza Affari che perde quasi tre punti percentuali. Le petroliere per l’Asia e l’Europa circumnavigano l’Africa dal Capo di Buona Speranza, accumulando fino a ventidue giorni di ritardo. I costi extra, secondo Lloyd’s, oscillano tra 400mila e 1,2 milioni di dollari a tratta per una superpetroliera da due milioni di barili. Un salasso analogo colpisce il gas naturale liquefatto. La deviazione aggiunge 7.500 miglia nautiche verso l’Estremo Oriente, dilatando i tempi da otto a trenta giorni per un extracosto stimato in 1,2 milioni di dollari per nave, con perdite ingenti legate all’evaporazione del carico.
I colossi marittimi scaricano i rincari sui consumatori, applicando supplementi di emergenza di 200 dollari a modulo. I prezzi spot, rimarca l’International chamber of shipping (Ics), si consolidano tra 2.200 e 2.300 dollari per un container da quaranta piedi. Il nolo puro viene azzerato dai premi assicurativi per i rischi di guerra pretesi dagli assicuratori londinesi come i Lloyd’s, con sovrattasse tra l’1% e l’1,5% del valore dello scafo.
Un esborso extra di 1,5 milioni di dollari per ogni transito, cui si sommano pedaggi informali fino a due milioni per i passaggi sotto scorta, balzelli che aggiungono un dollaro di rincaro su ogni barile movimentato. L’Arabia Saudita tenta di limitare i danni deviando l’export su Yanbu, ma Lloyd’s List Intelligence avverte che la crisi è un «doppio colpo» e solleva seri «interrogativi sulla fattibilità di questa rotta».
La fiammata nella penisola arabica ha innescato ondate di vendite sui listini azionari. Un quadro già instabile che si intreccia con una escalation diplomatica, mentre il presidente Donald Trump assicura che una «maggiore punizione militare sarà inflitta all’Iran e, naturalmente, agli Houthi stessi» qualora le aggressioni proseguano. Una recrudescenza del conflitto che – secondo l’analisi di Rand – potrebbe ridurre del 30% l’offerta globale di petrolio per «diversi mesi, se non anni».
l’analisi
Trump alla resa dei conti con Teheran. Erdogan prepara la coalizione sunnita
MAURIZIO MOLINARI

Il deterioramento del quadro macroeconomico obbliga le autorità monetarie alla massima prudenza. Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea ha optato per una pausa nel vertice odierno, mantenendo invariato il costo del denaro con il tasso sui depositi al 2,25 per cento. La presidente dell’Eurotower ha tracciato uno scenario fosco; i tecnici di Francoforte, ha ricordato, hanno il mandato di elaborare simulazioni di rischio in vista dell’incontro di settembre, quando l’esecutivo valuterà un nuovo rialzo per arginare le pressioni sui prezzi. La numero uno della Bce ha spiegato di aver richiesto allo staff «di condurre un’analisi approfondita per la riunione di settembre sui diversi prezzi del petrolio, ma anche sul gas». Ne deriva che le tensioni mediorientali rischiano di prolungare la stretta del credito.
A complicare ulteriormente lo scenario, in serata l’Amministrazione Trump ha annunciato l’introduzione di dazi fra il 10% e il 12,5%. La decisione, che era stata anticipata nei giorni scorsi, è il frutto di un’indagine condotta dall’ufficio del Rappresentante permanente per il commercio secondo l’Articolo 301 del Trade Act del 1974. In particolare, la norma mira a punire i Paesi che non contrastano il lavoro forzato.
Le nuove norme scatteranno a mezzanotte (le 6 del mattino di domani in Italia) e sostituiscono le tariffe imposte secondo l’articolo 122 del medesimo Trade Act. Sono oltre 60 i Paesi coinvolti, praticamente tutti i partner commerciali più importanti degli Usa: Giappone, Corea del Sud, India, Canada oltre a Regno Unito e Unione europea. La norma prevede ampie eccezioni: non vengono colpiti fertilizzanti, greggio, e alcuni prodotti alimentari oltre a quei beni già sottoposti ai dazi in base a un’altra componente normativa, l’Articolo 232 che riguarda la sicurezza nazionale e che riguarda alluminio, auto, alluminio.
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