Sal Da Vinci: “Basta stereotipi folkloristici, a Napoli non siamo pagliacci”

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«Respingo l’idea che la cultura partenopea venga ancora raccontata attraverso stereotipi folkloristici e caricaturali. Sembra quasi che noi napoletani siamo tutti pagliacci e casinisti». A 48 ore dalla finale dell’Eurovision Song Contest di Vienna e forte dei record di streaming, Sal Da Vinci affronta senza esitazioni le polemiche che dopo la vittoria al Festival di Sanremo hanno accompagnato la sua partecipazione alla gara europea con Per sempre sì. «Napoli non è separata dall’Italia, ma ne rappresenta una delle anime più riconoscibili nel mondo, grazie alla poesia, al teatro e alla musica. Vorrei ricordare che i brani simbolo della tradizione napoletana riescono ancora oggi a emozionare pubblici internazionali; vogliamo parlare di ’O sole mio? All’estero ci sono nato e andato e tornato centinaia di volte. Il rispetto che la cultura della canzone napoletana suscita all’estero è indicibile».

I pregiudizi sono ancora forti?

«Per anni hanno denigrato artisti come Gigi D’Alessio o Nino D’Angelo, ma poi quelle stesse canzoni la gente, compresi molti intellettuali, le cantano di nascosto mentre si fanno la doccia. Una critica che allargo anche al mondo dei social e ai “leoni da tastiera”, che alimentano polemiche solo per ottenere visibilità. Parlare male suscita più interesse che parlare bene».

Per sempre sì non è troppo tradizionale o pop-neomelodica per vincere l’ESC?

«In mezzo a tutte le canzoni che ho ascoltato finora c’è spazio anche per la mia e il pubblico della Stadthalle lo ha testimoniato. Grazie a Sanremo mi è stato dato il diritto di portare all’Eurovision un pezzo radicato nella melodia italiana e mediterranea. La mia idea è sempre stata quella di lavorare con il cuore nel passato ma la testa nella modernità. Ecco perché abbiamo una danza moderna, ma una canzone all’italiana. La riconoscibilità che sta avendo il brano è sintomo che stiamo facendo gli italiani. E nessuno meglio di noi può fare l’italiano».

Secondo lei l’identità musicale italiana è importante e riconosciuta?

«La scena italiana più giovane, il trap e il rap di alcuni atisti spesso scimmiotta modelli che non appartengono alla nostra cultura, anche se Geolier, Marracash o Lazza tre nomi che stimo, sono stati capaci di evolversi senza perdere la nostra identità».

Che ne dice delle contestazioni a Noam Bettan, il cantante israeliano in gara all’Eurovision, in un’edizione segnata dalle tensioni internazionali e dalle richieste di boicottaggio?

«Quel ragazzo cosa c’entra con quello che sta accadendo? Lui porta la sua cultura cantando in francese una canzone d’amore. Comprendo il dolore provocato dalla guerra anche perché ricordo bene la storia della mia famiglia, i bombardamenti vissuti dai miei genitori. La musica dovrebbe coprire i dolori del mondo e riuscire a mettere d’accordo le persone. Noam Bettan non è venuto qui perché è un guerrafondaio, anzi mi dicono che si sia discostato dalla linea politica del suo Governo. Vi racconto un aneddoto: dietro le quinte mentre eravamo nei camerini ho sentito Bettan che canticchiava Per sempre sì in italiano e allora il motto di Eurovision è perfetto: “United by music”; la musica deve unire non dividere».

Al momento Per sempre sì è stata tradotta in tredici lingue. Quale versione preferisce?

«Tra le versioni che mi hanno colpito di più c’è quella in francese, che è molto chic, e quella araba. Nel linguaggio mediterraneo e nelle scale musicali arabe, il napoletano ci sta naturalmente».

Qualcuno qui a Vienna ha detto che gli italiani non amano la canzone di Da Vinci quanto la amano gli stranieri. c’è qualcosa di vero?

«Tra streaming e visualizzazioni questa mattina mi hanno comunicato che abbiamo superato gli 80 milioni di clic, non vorrei aggiungere altro».

Lei ricorda spesso le cadute e le difficoltà attraversate dopo gli esordi accanto al padre Mario, a sua volta artista. Come mai?

«Il fallimento mi ha irrobustito le gambe. Sono caduto, mi sono rialzato ma oggi non mi sento arrivato, sono soltanto un operaio della musica».

E se dovesse ricadere?

«Mi leccherei le ferite e ripartirei come ho sempre fatto».

Insieme a lei a Vienna c’è tutta la famiglia, la moglie Paola, i figli, i nipoti.. .

«La loro presenza mi dà energia buona e serenità. La famiglia è l’unica cosa in cui non ho mai fallito».

Un concetto che ritorna nell’album Per sempre sì che uscirà il 29 maggio dove trovano spazio oltre a Rossetto e caffè e al duetto Dimmelo con Serena Brancale, anche quello con suo figlio Francesco – già tra gli autori di Per sempre sì – intitolato Somigli a me .

«Dopo l’Eurovision stiamo già pensando al tour internazionale tra Canada e Stati Uniti, il 22 maggio a Montréal e il 24 a Toronto. A queste seguiranno Atlantic City, Boston e Chicago, mentre in estate ci saranno i concerti italiani. Sono un nomade della musica e non so quando finirà tutto questo ma, anche se a 57 anni ho una certa età, alla pensione non ci penso proprio. Anzi, siamo solo all’inizio».

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