Due facce della stessa medaglia. Luccicante, ammaliante, richiamante alla massima bellezza. Quella che hanno dispensato Sandro Mazzola e Gianni Rivera, due tra i più grandi che il calcio italiano abbia mai offerto a palati finissimi. La medaglia dei due era quella di un pallone romantico, lontanissimo da quello platinato (e poco vero) di oggi, che reggeva anche su rivalità fortissime ma profondamente sane, proprio come era la loro. Se uno era il Sole l’altro era la Luna, se uno al nero abbinava l’azzurro, l’altro sceglieva il rosso.
Un colore li divideva nella Milano che scoppiava di salute degli anni sessanta e settanta. Mazzola, figlio dell’immenso Valentino, era il massimo rappresentante di un’Inter che a metà anni sessanta alzava due volte la Coppa Campioni, Rivera, oggi qualcuno lo chiamerebbe “fenomeno generazionale” lo era del Milan. Impossibile non ammirarli entrambi, come altrettanto impossibile era non prender le parti di uno o dell’altro. Sandro e Gianni. Se tifavi la Beneamata per forza di cose sceglievi la mezz’ala (che partì da attaccante, per poi arretrare il raggio d’azione grazie all’intuizione del “Mago”, Helenio Herrera), se il tuo cuore batteva per il Diavolo, l’estro del primo Pallone d’Oro italiano (non oriundo) era l’unica opzione plausibile. Altre non esistevano.
Poco meno di un anno li separava nella nascita, novembre del ‘42 Mazzola e agosto del ‘43 Rivera, che l’esordio in A, rispetto a Sandrino lo fece due anni prima, nel 1958 con la maglia dell’Alessandria. Che nostalgia. Poi l’approdo al Milan nel 1960, l’anno in cui Mazzola indossò per la prima volta in massima serie la casacca nerazzurra. Tutto parte da lì, successi da una parte e dall’altra dei Navigli e soprattutto una rivalità sul rettangolo di gioco che via via si fece sempre più crescente. Spaccando, perfettamente in due, l’opinione pubblica e l’Italia pallonara.
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Qualcuno li paragonò a Fausto Coppi e Gino Bartali, che nel ciclismo furono acerrimi rivali, scalando fianco a fianco su tornanti mozzafiato e salite da togliere il fiato. Sandro e Gianni, rivali sì, nemici mai. Più di qualcuno ci provò a contrapporli fuori dal campo. Nessuno però vi riuscì. Tanto era il rispetto e la stima. Milano poteva contare su due autentiche leggende. E se nel club, il dualismo era inevitabile, ci si giocava la palma di migliore sia in campo nazionale che in quello europeo, in azzurro fondamentale fu il contributo del cittì Ferruccio Valcareggi.

La Nazionale – reduce dal successo dell’Europeo di due anni prima – che ai Mondiali del 1970 in Messico avrebbe potuto costruire le proprie fortune sulla pregiata coppia, scelse in corso d’opera la strada della “staffetta”. All’epoca – a differenza dell’attualità che racconta di turnover esasperati e rose extra large – non un qualcosa di usuale. E considerando quanto successe nelle prime tre gare del girone, pure inaspettato. Mazzola partì sempre con la maglia da titolare, Rivera subentrò, a Domenghini, solamente nella terza contro Israele. Nulla insomma lasciava presagire l’alternanza, con conseguente nuova “spaccatura” tra le due fazioni di tifo, che si sarebbe poi concretizzata.
Ai quarti, con Valcareggi che lo comunicò nel pre-gara a Mazzola, nel corso dell’intervallo Gianni rilevò Sandro. Punteggio di 1-1. L’Italia nella ripresa cambia marcia, l’implacabile Riva realizza una doppietta e segna pure Rivera. Finisce 4-1, si va in semifinale (poi storica) contro la Germania dell’Ovest, ma soprattutto prende forma “la staffetta”. Che lascia strascichi e polemiche. Poco interessa a Valcareggi, che con la Germania si ripete. Mazzola (sempre all’intervallo, con l’Italia avanti 1-0) questa volta non la prende per nulla bene.
Nell’epica di quella notte all’Azteca di Città del Messico (si giocò davanti a 102.444 spettatori), in quella che fu definita la “Partita del Secolo”, la scena se la prese tutta Rivera: fu lui a decidere, segnando quel 4-3 nel corso del secondo tempo supplementare che ci portò alla finalissima contro il Brasile. Finita per noi malissimo. Era il 21 giugno 1970, teatro ancora l’Azteca, Mazzola fu nuovamente titolare. Come con il Messico si va al riposo sull’1-1, ma a differenza dei quarti, Valcareggi non muove nessuna pedina. Una serataccia. Domina il Brasile che con Gerson e Jairzinho va sul 3-1. Non finisce qui però, perché Valcareggi concede a Rivera (che rileva Boninsegna) la miseria dei sei minuti. Da lì alla fine segnerà ancora la Seleção con Carlos Alberto per il definitivo 4-1.
Al rientro a Roma, Valcareggi fu oggetto di lanci di pomodori e uova marce da parte dei tifosi italiani. Chissà se quella finale l’avessero giocata insieme, chissà quanto avrebbero dominato se avessero vissuto per decenni nello stesso club. Non lo sapremo mai. Da un lato, meglio così. Perché non avremmo mai avuto una rivalità così forte e così pulita. E nemmeno la “staffetta”. Perché Sandro e Gianni, li potevi contrapporre, avvicendare, ma non li potevi discutere. A prescindere dalla fede. In eterno, rivali in campo, ma amici fuori.
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