Home Business Sassi, bottiglie, idranti e lacrimogeni. A Torino la guerriglia degli incappucciati

Sassi, bottiglie, idranti e lacrimogeni. A Torino la guerriglia degli incappucciati

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«Camminate e marciate con noi, siamo tutti insieme». Sono le 16.45 quando Bona Flecchia, mamma e semplice cittadina, chiede ai carabinieri schierati sotto i portici di via Po, nel cuore di Torino, di abbassare gli scudi. Di prendere parte alla manifestazione contro il carovita, il riarmo e per la Palestina con studenti, famiglie, associazioni, sindacati, cittadini senza affiliazione. «Dovete proteggerci da un sistema che punisce tutti noi: anche voi avete stipendi da fame». Ma quella di Bona è una voce che ancora una volta viene oscurata dalle violenze. Dalle urla e dalle pietre lanciate dalle decine di incappucciati che ieri, per il secondo sabato di fila, hanno sfruttato le ragioni di una manifestazione sentita e quindi partecipata da migliaia di persone per dare sfogo alla loro rabbia.

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Dopo sei ore di tensioni, di sassi e bottiglie contro le forze dell’ordine e manifestanti respinti da lacrimogeni e fuochi d’artificio, nessuno si ricorda più le ragioni della mobilitazione. Nessuno pensa più alla Palestina, al carovita, agli istituti scolastici a pezzi. C’è solo caos, fumo, gente che scappa. E strade bagnate dall’idrante.

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A Torino è una manifestazione diversa da tutte le altre città. Non è lanciata dal Movimento 17ottobre ma da Askatasuna, il centro sociale sgomberato lo scorso dicembre già regia – per i pm – dietro a diverse manifestazioni di piazza finite in violenza. Una delle leader, Sara Munari, ieri non era presente, raggiunta a poche ore dalla manifestazione dalla misura degli arresti domiciliari perché ritenuta tra i responsabili dei disordini dello scorso weekend. Ma in strada c’erano gli altri esponenti dell’ex palazzone rosa di corso Regina 47, accanto a giovani e vecchi leader No Tav. Dietro allo striscione “Vogliamo tutto”, anche i ragazzi in tuta con il volto nascosto dal passamontagna. Sono loro, gli “incappucciati”, alcuni anche minorenni, quelli che cercano lo scontro e incitano gli altri. «Sono stufo fra’ di girare in tondo – dice, sotto i portici di piazza Castello, un giovane col volto coperto a un altro – Quando spacchiamo gli sbirri?».

Eppure, un’anima pacifica della manifestazione c’è stata. Prima che tutto si trasformasse in guerriglia, c’erano persone scese in piazza per chiedere un cambiamento e, soprattutto, ascolto. C’era Jacopo Rinaudo, 18 anni, studente del liceo artistico Soleri Bertoni di Saluzzo: «Il caro benzina influisce tanto anche sugli studenti, infatti vediamo crescere i prezzi del trasporto pubblico. E poi ci sono le scuole che cadono a pezzi: nella nostra piove dentro». C’era Chiara, 26 anni, che lavora nei musei e non va spesso ai cortei: «È importante far sentire la voce di giovani con un futuro precario. Io guadagno pochissimo: ho studiato anni e resto precaria in un settore, che non è quello per cui ho studiato». E poi le famiglie, genitori come Michele Monticone, in piazza accanto alle figlie: «È la nostra generazione che ha sbagliato e ha lasciato ai giovani un modo più brutto di quello che c’era prima».

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Quello che resta alla fine, però, è solo quello che è successo dopo. È lo spavento dei negozianti che chiudono le serrande al passare degli incappucciati. È lo sguardo dei cittadini in preda al panico, nel bel mezzo dei disordini. È un corteo di sei ore fondato sulla totale assenza di regole e finito in guerriglia.

Nessun percorso comunicato in questura e quindi continui tentativi dei manifestanti di forzare i cordoni della polizia, lanciando pietre e bottiglie di vetro. Prima in via Po, poi in piazzetta Reale, dove un gruppo tenta di accerchiare venti agenti accorsi per chiudere il porticato. Ne nasce un parapiglia, in cui i manganelli si confondono con i tentativi maldestri dei violenti di picchiare gli agenti.

Ma l’apice arriverà ancora dopo, in piazza Baldissera, all’estremità nord di Torino. È qui che gli antagonisti provano a oltrepassare di nuovo il cordone di polizia. È qui che partono gli idranti e i lacrimogeni piovono dal cielo buio della sera. Un quarto d’ora di guerriglia. È finita qui? No. Dal furgone, che ha guidato il corteo, lo speaker lo annuncia: «Il 30 ottobre saremo di nuovo in piazza».

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