Il momento della verità per l’area progressista si avvicina con un inedito elemento di polemica e riflessione. Gli ha dato corpo Elly Schlein con una frase affilata sull’ostracismo che subisce ormai da mesi: «Sconto anche il fatto di essere donna, di stare con un’altra donna e di avere 40 anni». La leader del Pd offre al suo campo uno specchio in cui riflettersi e una domanda: davvero mi intralciate perché mi giudicate troppo estremista per vincere, oppure esiste un retropensiero di natura diversa, un non detto allineato col vecchio stigma maschilista? Troppo giovane. Troppo diversa. E soprattutto: donna. Il fatto stesso che Schlein espliciti questo tipo di pensiero risulta disturbante per il racconto politico di una sinistra amica delle donne, e comunque più amica della destra che avrà pure una leader e una premier donna ma nel settore diritti e parità lascia a desiderare. E tuttavia nessun diritto è più denso di significato del diritto al potere politico e della possibilità di giocarselo. La destra ha consentito a Meloni di farlo. La sinistra, o almeno una parte della sinistra, non sembra disposta a fare altrettanto con Schlein.
Si potrà accantonare il tema dicendo: solito vittimismo femminile, quel ragionamento non c’entra, la segretaria del Pd è giudicata inadeguata alla sfida per altri motivi. La scelta opposta è guardare nello specchio e riconoscere la realtà di un problema che esiste, di una responsabilità che non può essere elusa. Annettersi il campo delle donne, farsene paladini, parlare come se la metà dei cittadini italiani – ogni ragazza, ogni adulta, ogni anziana – fosse per nascita, per cromosomi, per biografia personale e famigliare, naturale interlocutore del progressismo e ovvio nemico della destra patriarcale e sessista, è stata un’operazione di successo. Resiste nell’immaginario politico del Paese nonostante tutto, compresi gli alti indici elettorali della destra tra le signore di ogni generazione. Una parte della destra ha dato una mano, con la sfilza di stereotipi impresentabili coltivati da certi ultras del machismo, da Stefano Bandecchi a Roberto Vannacci. E tuttavia nella sostanza, che è la competizione per il potere, gli stereotipi di quei muscolosi fanfaroni sono polvere mentre il femminismo dichiarato del campo progressista stenta a riconoscere quel che la destra ha accettato da tempo: una leader donna può essere una risorsa, non un problema.
il centrosinistra
Campo largo, primo incontro tra i leader sul programma. Poi l’annuncio: “Ci vediamo l’8 e il 15 luglio”

«Sconto il fatto di essere donna» è una frase vera a tutte le latitudini, in tutte le professioni e le carriere, e le donne lo sanno. Ma che questa frase sia indicibile a destra (cosa volete di più? C’è una di voi a Palazzo Chigi!) mentre a sinistra resti pronunciabile, obbliga a un bagno di realtà. La causa della parità femminile, almeno in Italia, non può essere annessa a una bandiera, a un campo, a una sigla politica. E lo stesso termine “femminismo” prescinde dagli schieramenti e li sovraintende: ha guidato riforme che le donne hanno appoggiato trasversalmente e processi di modernizzazione fondamentali per la Repubblica, ma non può essere annesso al tesseramento di un partito. Aver fatto propria quella parola è stata senza dubbio un’iniziativa vincente della sinistra (e un limite ideologico della destra), ma adesso segna un inaspettato punto di crisi, perché se Schlein sarà scartata dalla corsa alla premiership bisognerà spiegarlo anche sotto questo profilo. Non sarà facile farlo, non sarà scontato riuscirci.
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