Adesso non ci sono più dubbi. Beppe Marotta, presidente dell’Inter, può cucirsi una personalissima stella sul petto. I conteggi precedenti si confondevano sul campionato 2018-2019, vinto dalla Juventus che aveva progettato ma dalla quale s’era separato in autunno. Paternità ovvia, attribuzione discutibile, ma con questo scudetto il “10” è trasparente a prescindere da quel “mezzo” che increspa la statistica. Sette titoli di fila in bianconero tra Conte e Allegri, co-artefici della ricostruzione post-Calciopoli, e tre all’Inter, con tre allenatori diversi: Conte stesso, Simone Inzaghi e adesso Chivu. Una collezione unica per un dirigente capace di coniugare competenze sportive e manageriali, abc in un mondo normale eppure connubio raro in Italia.
Accanto al presidente, meritano citazione figure che lavorano al suo fianco appena sfiorate dai riflettori. Preziose. Una squadra per la squadra. A Piero Ausilio, direttore sportivo, e Dario Baccin, suo vice, va attribuito il merito di esulare dai meri compiti di mercato per creare, attraverso colloqui e confronti, un trait d’union tra società e spogliatoio. Marotta, che li ha incentivati, è così sgravato da un impegno che ha sempre ritenuto fondamentale, fin dai tempi delle giovanili del Varese, anno di grazia 1978-’79.

Vicinissimo alla squadra, naturalmente, anche il club manager Riccardo Ferri, che non è solo riferimento ma custode, e insegnante, di tradizioni nerazzurre: ascoltatissimo negli spogliatoi, è sempre presente nei momenti topici, basti solo ripensare al parapiglia nell’intervallo del match con la Juventus. Da non dimenticare, poi, il dottor Piero Volpi, che aggiunge alla professionalità grandi doti di coordinamento tra gli specialisti che si prendono cura dell’Inter. C’erano già tutti, quando Oaktree è subentrata a Zhang: merito della proprietà riconoscerne il valore e confermarli senza stravolgimenti.
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