Home Business Se Giorgia Meloni lancia la sfida su Kiev

Se Giorgia Meloni lancia la sfida su Kiev

0
2

Certo, non è una “svolta” compiuta fino in fondo quella posta in essere ieri da Giorgia Meloni, molto battagliera nei suoi interventi in Parlamento. Per essere tale manca l’Europa come destino. Perché nel mondo degli Imperi, dove non ci sono più princìpi e dominato dalla logica della forza, l’Europa, per contare, dovrebbe rappresentare una potenza, innanzitutto politica, capace di incidere nel corso del mondo. Invece di investire su questo protagonismo europeo, la premier continua a parlare dell’Unione come quasi di un altrove in cui “stiamo” e non di un’identità in cui “siamo”. Una sorta di mostro regolatorio che appartiene ad altri, cui battere cassa per avere più flessibilità alla bisogna. È il paradosso di chi critica, anche con qualche ragione l’Europa che c’è, in nome non di maggiore integrazione e sovranità europea, ma dell’Europa delle nazioni dove contano le singole sovranità nazionali. Che è esattamente quel che già c’è.

Però, ecco, non è banale, anche alla luce del contesto, il “come” ha voluto ribadire il sostegno a Kiev, che dell’Europa, in questa fase storica, è il presupposto. Quel sostegno non è un atto di carità, ma una questione fondamentale di valori, per quel che rappresenta la resistenza di un popolo oppresso, e di sicurezza. Lì si difendono i nostri confini. Nella settimana in cui Trump ha sostanzialmente riarmato Putin, togliendoli le sanzioni sul petrolio, e lo ha rilegittimato per l’ennesima volta dando a Zelensky l’avviso di sfratto, la posizione di Meloni è un elemento non banale di tenuta, anche rispetto al suo mondo. Così come lo è l’invito a indicare un negoziatore possibilmente a nome di tutti ma, nel caso, anche indicato dai soli Volenterosi. Né più né meno, ciò che ha detto, più volte, Sergio Mattarella. Più della garbata critica all’amministrazione americana, nel discorso, valgono, come giudizio, le reazioni risentite della portavoce del Cremlino e l’apprezzamento del leader ucraino.

Si dirà che sull’Ucraina Giorgia Meloni ha costruito, sin dall’inizio, un pezzo della sua credibilità internazionale. Però ieri, all’interno di una storia che ha conosciuto momenti di orgoglio e momenti di grande prudenza per non indispettire Trump ai tempi della “relazione speciale”, il dato è la postura sfidante, in attesa di sciogliere il nodo del prossimo decreto armi, ancora impantanato nei distinguo della maggioranza. Ne ha fatto cioè una questione politica e di principio su cui misurarsi e non nascondersi in quanto “impopolare”.

Con Vannacci, in primis: quel paragone tra Putin e l’Urss funziona come richiamo alla pancia anticomunista della destra, memore di Budapest e Praga, a proposito di “patrioti”. Ma anche col campo largo, di cui è andata in scena l’ennesima debacle sulla politica estera. L’una (Meloni) affronta Vannacci, l’altra (Elly Schlein) non fa altrettanto con Conte. Anzi, gli consente di menare le danze, nel terrore che si sfili dall’alleanza.

Morale della favola, sull’Ucraina, l’alternativa nostrana è tra una tenuta, necessaria ma non sufficiente, e il nulla. Se l’obiezione alla premier è che Kiev non basta se l’Europa non supera il diritto di veto, se non si dota di una politica estera e di difesa comuni, se non esercita un ruolo a partire da Gaza dove i suoi valori morali muoiono tutti i giorni, per il campo largo l’obiezione è rovesciata: l’Europa che rinuncia a Kiev è declamazione priva di una responsabilità. Significa assecondare il disegno di Trump e di Putin sulla pelle di un popolo che lotta per la libertà. Non proprio una cosa di sinistra. Qui si parrà la nobilitate, da quelle parti, di Elly Schlein: Meloni ha preso per le corna la questione russa, lei si è astenuta sulla mozione di Conte contro l’invio di armi, pur avendo sostenuto l’invio nella propria. Auguri. Il popolo ucraino non ringrazia.

Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it