Se il G7 Ambiente censura il cambiamento climatico

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A Parigi, il G7 Ambiente si è aperto con un enorme elefante nella stanza: il cambiamento climatico. L’argomento che definisce il nostro tempo viene espunto per non urtare la linea degli Stati Uniti di Donald Trump, tornati a smontare pezzo dopo pezzo l’architettura multilaterale costruita negli ultimi decenni.

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Così, mentre si discute di oceani, biodiversità, desertificazione e risorse idriche, il cuore del problema resta fuori dalla stanza.

Eppure, dall’altra parte dell’oceano, nelle stesse ore, a Santa Marta in Colombia, 54 Paesi si sono riuniti per costruire una traiettoria concreta, imperfetta ma necessaria, per uscire dai combustibili fossili. Due consessi, due lessici, due visioni del mondo: da una parte la diplomazia che sottrae per non disturbare la volontà del capo, dall’altra la politica che prova ad aggiungere.

A Santa Marta, città simbolo delle ferite lasciate dall’industria del carbone, va in scena una conferenza globale che sembra fuori tempo massimo: mentre il mondo teme recessione, guerre e crisi energetiche, oltre cinquanta Paesi si riuniscono per discutere non se, ma come abbandonare i combustibili fossili.

Una sorta di ottimismo controintuitivo, nel mezzo della tempesta – con il petrolio sopra i cento dollari e lo spettro di nuove crisi globali – Santa Marta sceglie di non negoziare, ma costruire soluzioni concrete: riconversione economica, fine dei sussidi, nuove regole della diplomazia climatica.

Nel caos della crisi fossile, questa iniziativa appare quasi un atto di fede. E proprio per questo, forse, necessario: perché quando il vecchio sistema mostra tutte le sue crepe, diventa finalmente possibile immaginare e progettare il dopo.

Mentre il mondo oscilla tra rimozione climatica e tentativo di svolta energetica, il governo italiano sembra intrappolato in una narrazione che oggi gli si ritorce contro con la precisione di un contrappasso dantesco.

Negli ultimi quattro anni, il governo ha raccontato la transizione ecologica come un eccesso ideologico, un lusso incompatibile con la realtà produttiva del Paese. Una propaganda martellante che ha trasformato il dibattito energetico in un terreno di scontro culturale: le famose “ecofollie” sono diventate bersaglio politico e strumento identitario. Ma come nei gironi danteschi, dove ogni pena riflette la colpa, oggi quella crociata ideologica si rovescia sul suo autore: il governo è travolto da una crisi energetica che è, prima di tutto, crisi di visione.

Dopo il 2022 era chiaro che il gas non potesse essere la spina dorsale di un sistema energetico stabile. Il suo prezzo, determinato da dinamiche globali, sfugge al controllo nazionale, continuare a inseguirlo significava accettare una volatilità e dipendenza strutturale. La via alternativa esisteva, ed era nota: elettrificare i consumi, accelerare sulle rinnovabili, costruire un sistema distribuito capace di ridurre l’esposizione agli choc esterni.

I fondi del Pnrr, occasione irripetibile per ridisegnare l’infrastruttura energetica, sono stati dispersi senza una regia e la macchina amministrativa ha continuato a muoversi con lentezze incompatibili con l’urgenza del contesto.

Eppure, anche nei gironi più cupi, Dante intravede sempre una via d’uscita. Nel caso italiano, questa via non è nascosta, è semplicemente ignorata.

Ridurre drasticamente i tempi autorizzativi per gli impianti rinnovabili è una misura a costo zero che non richiede innovazioni tecnologiche, ma decisioni amministrative. Oggi, ad esempio, connettere un impianto rinnovabile può richiedere mesi, quando non anni, e non per limiti tecnici, ma per un sistema autorizzativo frammentato e incerto.

E ancora basterebbe usare meglio quello che già abbiamo. La rete è spesso sottoutilizzata. Spostare i consumi nelle ore di maggiore produzione rinnovabile riduce sprechi e costi. I contatori intelligenti sono già diffusi: ora va attivato davvero il potenziale della flessibilità domestica.

Infine rivedere i meccanismi di prezzo. Chi vive in aree ricche di rinnovabili paga l’energia come chi non ne ha. Prezzi più legati al territorio renderebbero conveniente investire dove si produce energia e contribuirebbero ad abbassare le bollette. È il principio base di qualsiasi mercato efficiente.

Nessuna di queste misure è rivoluzionaria. Tutte insieme, però, delineano una politica energetica coerente. Ed è proprio questa coerenza che, purtroppo per noi, è mancata.

Il rischio ora, per il governo, è che la crisi energetica non sia solo una débacle economica, ma diventi il punto di rottura di un’intera stagione politica.

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